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Guerra

“Io, ostaggio a Gaza per 129 giorni. All’Europa dico: attenti all’islamismo”

A tre anni dal massacro del 7 ottobre, la testimonianza del sopravvissuto Luis Har: “Dico al mondo che può succedere ancora”

epa11867678 Fighters of the Ezz al-Din Al-Qassam brigades, the military wing of Hamas, before the release of Israeli hostage Keith Siegelat to representatives of the International Committee of the Red Cross (ICRC) in Gaza port in Gaza City, 01 February 2025. Three Israeli hostages, Keith Siegel, Ofer Calderon and Yarden Bibas were transferred from Hamas to the Red Cross, as part of the Israeli-Hamas hostage release and cease-fire deal. EPA/MOHAMMED SABER

Svegliato alle 6.29 del 7 ottobre dalle sirene di allarme, dai kalashnikov, dalle granate e dai messaggi dei vicini che chiedono aiuto perché i terroristi di Hamas sono piombati in casa. Luis Har, israelo-argentino di 70 anni, viene trascinato a forza dagli islamisti su un pick up, ancora scalzo e in pigiama, con le armi puntate addosso, e costretto a viaggiare su una pila di fucili in direzione Gaza. Con lui, la compagna Clara e la famiglia di lei: il fratello Fernando, la sorella Gabriela, la nipote Mia, 17 anni e il loro cane Bella. Mentre si allontanano dal kibbutz Nir Yitzhak, già distrutto, vedono i miliziani dare fuoco alla loro abitazione. Da allora comincia un calvario che Luis racconta nel libro di memorie «Rescued», in uscita nel terzo anniversario del 7 ottobre. Un racconto di 129 giorni da ostaggio a Gaza, prima di essere liberato a Rafah in un raid dell’esercito israeliano.

Luis, cosa non dimenticherà mai di quel 7 ottobre?

«Il risveglio brutale, il terrore di quei minuti interminabili, ma soprattutto il nostro arrivo a Gaza».

Cos’è accaduto nella Striscia?

«La folla ha tentato di linciarci. Ma quel che è impossibile scordare sono i sorrisi dei gazawi, che festeggiavano allegri».

Qualche ora nei tunnel, poi siete stati trasferiti in un appartamento a Rafah, dove avete trascorso gran parte del tempo, sempre al buio. Come si sopravvive?

«Ripercorri la tua vita, pensi ai tuoi cari. Ma io sono stato fortunato, perché per 53 giorni sono stato prigioniero con la mia compagna e i suoi familiari, fino a che le donne sono state liberate e siamo rimasti solamente io e mio cognato».

È vero che lei, di professione contabile, raccontava storie e pure barzellette per tenere alto l’umore?

«Sì, ci aggrappavamo alle piccole cose. E io con le storie e le barzellette me la cavo. Cucinavo anche, mi è capitato di farlo pure per i miei aguzzini».

Ma dalla prigionia, come molti ostaggi, è tornato debilitato...

«Ho perso 16 chili. All’inizio il cibo arrivava, poi ha cominciato a scarseggiare, finché io e mio cognato siamo stati costretti a dividerci una pita in due, per l’intera giornata».

Che altra violenza ha subìto?

«I terroristi avevano sempre le armi in pugno. Non potevamo neanche andare in bagno senza il loro permesso. Sapevamo che avrebbero potuto ucciderci in qualsiasi momento, ogni secondo poteva essere l’ultimo. Ma sono le violenze psicologiche che hanno pesato di più».

Come vi terrorizzavano?

«Ci dicevano che Israele era stato invaso, che il nostro Paese ci aveva abbandonato, che quella era la Palestina ed era solo per loro. Non sapevamo nulla di ciò che stava succedendo davvero».

Dopo mesi di terrore, la salvezza grazie a un raid dell’esercito israeliano. Cosa ricorda di quel giorno?

«Un’esplosione, il caos, e mentre cerco di fuggire una voce che dice: Idf, Idf (le Forze armate israeliane). Siamo venuti per riportarti a casa. Poi la frase: i diamanti sono con noi».

I diamanti eravate voi?

«Sì, e non dimenticherò mai i soldati che hanno rischiato la vita per salvarci. A chi mi chiede quanti anni ho, oggi rispondo: due e mezzo. Il 12 febbraio 2024 sono rinato».

La pace è un miraggio?

«Arriverà, ma il momento non è adesso. E non lo sarà finché dall’altra parte i bambini saranno allevati con il kalashnikov in mano e la speranza che diventino dei martiri di Allah».

Cosa ha capito dell’islamismo?

«Che lo abbiamo sottovalutato. E voi lo state facendo in Europa. Dopo l’Olocausto si diceva: mai più. Invece il 7 ottobre è successo di nuovo. E potrebbe succedere ancora. Perciò ho scritto le mie memorie. Perché nessuno dimentichi più. È la mia missione».