Abusi, quel sistema collaudato per dare i bimbi ad amici ed ex

"Non ti voglio più": le intercettazioni della procura svelano come veniva trattata la bambina affidata alla coppia omosessuale finita nel caso degli affidi illeciti

Abusi, quel sistema collaudato per dare i bimbi ad amici ed ex

"Porca puttana scendi! Scendi! Non ti voglio più! Io non ti voglio più, scendi!". È questa una delle intercettazioni con cui la procura di Reggio Emilia avrebbe inchiodato Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, la coppia omosessuale coinvolta nell'agghiacciante inchiesta che, in queste ore, ha scosso l'Italia. Intercettazioni che rivelano dettagli orribili su come gli assistenti sociali sarebbero riusciti a strappare i bambini alle loro famiglie naturali. Sono le stesse carte a parlare. E inizia tutto così.

Cosa dicono le intercettazioni

"Pensi che? Katia pensa che? Dai dillo! Porca puttana vai da sola a piedi". Ad urlare è Daniela Bedogni. Sbraita contro la bimba che ha preso in affido con Fadia Bassmaji e lo fa perché la piccola non vuole - anzi sarebbe meglio dire non può, dato che le violenze non sarebbero mai accadute - raccontare degli abusi subiti nella sua famiglia naturale. Poi, si legge sempre nelle carte, Daniela "sbatte la bambina fuori dall'auto sotto la pioggia battente". Viene così accusata di abbandono di minore.

Ma come è stato possibile che la piccola sia finita a vivere con le due donne? La risposta avrebbe un nome e un cognome: Federica Anghinolfi. Negli atti si legge infatti che Fadia e la Anghinolfi "risultano aver avuto in passato tra loro una relazione sentimentale, dato acclamato anche in ragione di fotografie presenti sui social network".

L'affidamento di Katia

Nel giugno del 2016, i carabinieri dispongono l'affidamento urgente della bambina proprio alla rappresentante del servizio sociale del Comune di Bibbiano (la stessa Anghinolfi). A chiamare il 112 da un telefono cellulare è la piccola Katia (il nome è di fantasia, ndr) che denuncia di essere stata lasciata sola in casa dai genitori. Lo stesso padre avrebbe poi dichiarato, nella prima relazione dei servizi sociali, che la madre sarebbe tornata per passare la notte con la bambina. In quell'occasione, sempre secondo la prima relazione, Katia avrebbe raccontato di litigi continui tra i genitori, che da poco avevano affrontato una separazione, motivo per cui si sentiva spaventata e triste. Da quel giorno inizia il suo percorso con gli assistenti. Assistenti che, secondo le carte, avrebbero però agito fuori dalla legge.

La piccola si sarebbe così ritrovata a vivere con le due donne, prigioniera delle loro continue pressioni psicologiche e restrizioni. Nelle carte si legge che, "alla bambina era vietato tassativamente di lasciare i capelli sciolti". Era considerato un atteggiamento di vanità che secondo le psicologhe, d'accordo con le affidatarie, la piccola non poteva assolutamente manifestare. Ma c’è di più. La bambina non si poteva avvicinare ai maschi. Le era vietato. Durante le sedute con lo psicologico, infatti, le analiste avevano evidenziato atteggiamenti problematici nella piccola, secondo loro dovuti a abusi provocati dalla famigliaa naturale. Eppure, secondo le intercettazioni, nessuno di questi eventi è mai stato raccontato dalla minore che, talvolta, distratta dai giochi e confusa dalle continue domande incalzanti della dottoressa, si limitava ad annuire a ciò che le veniva detto.

Se la bambina chiedeva spiegazioni del perché non potesse più vedere i genitori, la psicologa iniziava con le pressioni: "Quando ti hanno detto che non avresti visto più tuo papà tu eri contenta. Ricordi?". Katia: "Non mi viene in mente. Non ricordo di aver detto così". E ancora il medico: "Guarda che non c’è niente di male. (…) Non è che se tu hai detto che stavi tanto male e non volevi più vederlo sei una cattiva bambina". Ma Katia non ci sta: "Mi piacerebbe rivederli. Ogni tanto mi capita di piangere perché mi mancano gli abbracci del papà".

Urla e bestemmie: la doppia personalità di Daniela

Ad emergere con evidenza dalle intercettazioni della procura è lo squilibrio mentale di una delle due donne della coppia affidataria. Si legge infatti nell'ordinanza che Danila Bedogni, in più occasioni e, mentre si trovava da sola nella sua auto, "instaurava lunghe conversazioni con soggetti immaginari". E tra le urla di totale delirio la donna alternava bestemmie, canti eucaristici e forti liti in cui si immaginava di sgridare bambini. Ed è proprio a lei che è stata data in affido una minore. I servizi sociali l'avevano infatti considerata idonea.

Ma non solo. Le donne facevano una forte pressione psicologica alla bimba, inventando presunte mancanze dei genitori naturali. Dice a tal proposito Fadia alla piccola: "Vuoi fare come i tuoi genitori che hanno fatto delle scelte che hanno fatto tanto male a te? Devi essere diversa". Poi, dopo aver insultato i genitori della bambina, chiamandoli idioti, alza il tono della voce e minaccia: "Puoi andare a vivere sotto i ponti se vuoi fare quello che ti pare".

Il cerchio ancora non si chiude ed emergono sempre più dettagli di questa vicenda. La piccola vittima ha descritto nel dettaglio le torture psicologiche subite dalla coppia. E in un fiume di parole, chiuse dentro un quaderno, "acquisito agli atti alla cui visione e lettura si fa rinvio", la ragazzina racconta quello che la sua famiglia adottiva le faceva vivere giorno dopo giorno e a cui già gli inquirenti attribuiscono le parole punizioni e maltrattamenti. Che, questa volta, sarebbero stati compiuti davvero.

Un sistema collaudato?

A questo punto sorge un dubbio. Perchè scegliere di affidare le vittime dei presunti abusi solo ed esclusivamente a coppie? Perché dai servizi sociali non è mai stata presa in considerazione la possibilità di affidare i minori a case famiglia o ad istituti competenti considerando che gli affidi erano temporanei? Dietro la selezione degli affidatari potrebbe esserci non solo l’ombra di favoritismi a fini economici, ma anche un movente ideologico. A suggerirlo non è soltanto la relazione amicale che, come emerge dalle carte, intercorreva tra Bassmaji e la responsabile dei servizi sociali Federica Anghinolfi ma, nell’odinanza del tribunale, emerge un altro indizio.

Sui nove minori affidati illecitamente, più di uno è stato affidato a coppie gay. Ad individuare le coppie idonee alla presa in carico temporanea del minore era sempre lei: Federica Anghinolfi. Omosessuale dichiarata e, da sempre, attivista nella lotta per i diritti alle coppie omosessuali. Era stata sempre lei, per esempio, ad affidare una delle bambine a Cinzia Prudente, sua ex compagna. Non solo, anche la stessa Prudente è comproprietaria di un’appartamento dove le due hanno vissuto assieme per ben quattro anni. Ma pare che ci siano ancora altri casi di affidi proprio a coppie gay. Tra le altre cose, negli incontri pubblici a cui prendeva parte la Anghinolfi non aveva mancato di evidenziare l’importanza di "andare oltre al tema dell’identità di genere nella relazione genitoriale". Niente di male.

Ciò che avrebbe dovuto fare, però, era accertarsi, per prima cosa, della stabilità mentale degli affidatari. Ma così non è stato e i bambini sono stati talvolta affidati a persone con disturbi psichici e perfino a un proprietario di un sexyshop. Il caso si allarga. Questa è solo la punta di un iceberg ben più profondo.

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