Zingonia, la Scampia del Nord

Tuttora Zingonia rappresenta un paradosso. Non è un Comune, non è un quartiere. È un’utopia infranta, un’ambizione spezzata

Zingonia, la Scampia del Nord

«Un progetto di edilizia totale». È con queste parole che nel 1966 i filmati presentavano la nuova città voluta e costruita dall’imprenditore Renato Zingone. Un esperimento urbanistico e sociale cominciato con l’acquisto di un terreno di 500 ettari con l’idea di integrare in un unico agglomerato zona industriale e abitazioni. L’obiettivo era creare una città di 50 mila abitanti, articolata in rioni con servizi decentrati, allo scopo di «combattere il pendolarismo, uno dei maggiori mali del secolo», usando le stesse parole di Zingone.

Completati gli stabilimenti, però, la vendita delle abitazioni non ebbe molta fortuna. I cantieri si fermarono e i palazzi restarono abbandonati, i servizi si fermarono all’ospedale e al centro sportivo. Tutto, poi, era stato distribuito su un’area troppo grande, senza piano regolatore, condivisa da cinque comuni con proprie identità. Tuttora Zingonia rappresenta un paradosso. Non è un Comune, non è un quartiere. E’ un’utopia infranta, un’ambizione spezzata - che ingloba Boltere, Ciserano, Verdello, Verdellino e Osio Sotto - in cui hanno proliferato criminalità e abbandono.

Oggi sono rimasti circa quattromila abitanti; più della metà sono stranieri e il suo nome compare sulle cronache locali soltanto per arresti per spaccio, prostituzione e per il degrado. Quel particolare tipo di architettura forzatamente spinta verso l’alto ha fatto il resto, rappresentando l’humus di insediamenti abusivi e di ghetti criminali.

Il cuore di Zingonia è il «Siluro», surreale obelisco metallico cuspide di un’aiuola spartitraffico. Intorno ad esso nacque e si sviluppò la «città ideale». Proprio, qui, tra i palazzoni che circondano l’obelisco si sviluppa una delle aree più pericolose della Lombardia. Camminare in alcune zone di Zingonia ha lo stesso sapore delle passeggiate a Scampia o ad Ostia. E proprio come Scampia, la città di Zingone condivide l’amaro destino di aver avuto un’architettura tanto avanguardista quanto inadatta. I palazzoni come le Vele, a memoria di una politica urbanistica miope, capace di anteporre la bellezza del design alla fruizione sociale.

Nella «città che non c’è» si ha sempre la sensazione di essere osservati con sospetto e nell’aria si respira tanfo di degrado. Ai bordi delle strade decine di vedette controllano i fortini della criminalità. «Bastardo», è il saluto di accoglienza riservatomi non appena metto piede nell’area. Il disonore è quello di avere una telecamera alla mano, segno della presenza di un intruso che può portare soltanto guai in un contesto fortemente controllato da cani sciolti.

Le poche strutture dell’epoca del boom sono facilmente individuabili incastonate tra le grandi arterie cittadine. La prima chiesa costruita in città è segnalata da un’altissima croce bianca in metallo che svetta in pieno stile modernista. E’ stato ribattezzato «bunker del Signore», perché il suo ingresso che conduce al tempio interrato ricorda quello di un rifugio antiatomico. All’interno un Cristo si appoggia direttamente al cemento a vista; roba da fare invidia ai concept artistici contemporanei.

Nella zona industriale di Zingonia, ancora abbastanza florida nonostante l’esodo di molte aziende nel corso di quasi 50 anni, abbiamo incontrato alcuni tra i primi residenti e imprenditori trasferitisi negli anni sessanta. Sono loro a raccontare i tempi, piacevoli e segnati dalla scoperta del nuovo, vissuti all’epoca e la decadenza progressiva degli ultimi trent’anni. «Noi siamo orgogliosi di essere di Zingonia – dice sicuro Loris Sardino, abitante numero 100 di Zingonia – e oggi ci fa male essere etichettati come residenti della nuova Scampia». Gli fa eco Pino Ciabattoni, secondo abitante della città: «Per noi bambini era tutto bellissimo, all’insegna della novità e lontano dall’arretratezza dei paesi più piccoli».

Ma entrambi abbassano gli occhi quando si passa ai nostri giorni, con uno sguardo a metà tra vergogna e rassegnazione. «E’ tra cinque anni che dobbiamo preoccuparci – dice sicuro Massimo Vasconi, il più loquace del gruppo di amici – quando i bambini cresceranno in questo ambiente. E’ allora che diventeremo una banlieue».

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