Anche la guerra in Irak ha il suo libro capolavoro

Yellow Birds del poeta mitragliere Kevin Powers racconta battaglie e amicizie sul fronte arabo. E mette nel mirino Hemingway e Remarque

Anche la guerra in Irak ha il suo libro capolavoro

«La guerra provò a ucciderci in primavera. Quando l'erba tingeva di verde le pianure del Ninawa e il clima si faceva più caldo, pattugliavamo le colline basse dietro città e cittadine. Superavamo le alture e ci spostavamo nell'erba alta mossi dalla fede, aprendoci sentieri con le mani come pionieri, tra la vegetazione spazzata dal vento. Mentre dormivamo, la guerra sfregava a terra le sue mille costole in preghiera. Quando arrancavamo, sfiniti, i suoi occhi erano bianchi e spalancati nel buio. Se noi mangiavamo, la guerra digiunava, nutrita dalle sue stesse privazioni. Faceva l'amore e procreava e si propagava col fuoco. Poi, in estate, la guerra provò a ucciderci mentre il calore prosciugava dei colori le pianure».
Questo è l'incipit di Yellow Birds di Kevin Powers (Einaudi, pagg. 220, euro 16,50; in libreria da martedì) trascritto per intero perché ha il respiro del classico e il ritmo della grande poesia, ricorda The Waste Land di T.S. Eliot: «Aprile è il più crudele dei mesi...». Yellow Birds è stato un caso editoriale negli Usa e nel Regno Unito. Non perché abbia qualcosa di scandalistico, «unicamente» per la sua qualità artistica. Ecco due giudizi autorevoli tra i molti possibili. Tom Wolfe l'ha definito «il Niente di nuovo sul fronte occidentale delle guerre americane nei Paesi arabi». Colm Tóibin ha sottolineato la «musicalità della prosa, una squisita miscela di disciplina e frenesia che rispecchia l'azione e la pressione fisico-psicologica a cui sono sottoposti i personaggi».
Yellow Birds è il romanzo della battaglia di Al Tafar, provincia di Nineveh, Irak. Un romanzo scritto da un soldato-poeta, Kevin Powers, classe 1980, ex marine degli Stati Uniti, veterano di guerra. Nato in una famiglia dalla lunghissima tradizione militare, arruolatosi a 17 anni per guadagnarsi il college, inviato a combattere a Mosul e Al Tafar nel 2004-2005, ora Powers è impegnato nella stesura di un libro di poesie e di un secondo romanzo sulla Guerra civile americana. Nel frattempo fa incetta di premi con Yellow Birds. L'ultimo, recentissimo, è il Pen Hemingway Award 2013 per il miglior romanzo d'esordio.
In Yellow Birds delicatezza e brutalità convivono nella stessa pagina, nella stessa frase. Il titolo stesso allude a una canzone dell'esercito statunitense che in italiano fa più o meno così: «Un uccello giallo dal becco giallo si è posato sul davanzale della mia finestra. L'ho attirato con un pezzo di pane e ho spaccato la sua fottuta testolina».
La brutalità e la paura, dunque. Gli scontri a fuoco strada per strada, quelle strade da riconquistare ogni giorno, il nemico nascosto ovunque, difficile da identificare, pronto a farsi saltare in aria. La sensazione di muoversi sott'acqua, in apnea, quando ti sparano addosso. I lunghi insopportabili momenti di inattività addossato a qualche muretto, senza poter alzare la testa perché un cecchino può essere sempre in agguato. I reporter embedded, molesti come zanzare, incapaci di capire ma non di morire per un proiettile vagante. I generali pavoni davanti alle telecamere ma non per questo imboscati. Non tutti, almeno. Le spie e gli interpreti che rischiano tutto o forse sono doppiogiochisti, chi lo può dire con certezza? Gli atti di puro eroismo che sconfinano nell'incoscienza, senza nulla togliere alla nobiltà di chi mette la sicurezza altrui al primo posto. La vendetta insensata, disumana, sproporzionata. E poi la nausea crescente per la violenza. Il rifiuto di versare altro sangue come preludio alla morte perché segno di debolezza interiore, di una mancanza di convinzione che si paga subito. Il destino è crudelmente ironico, e punisce chi cerca di svegliarsi dall'incubo o gli incolpevoli. Perfino la natura sembra partecipare ai massacri, come testimonia il deserto acceso nella notte da fuochi in lontananza. Infine, non c'è pace neppure dopo la guerra. La mano del civile cerca ancora il fucile, i ricordi affiorano improvvisi, inclusi dettagli dolorosi che parevano perduti. È difficile adattarsi, viene voglia di sparire, di sottrarsi agli sguardi. È dura essere considerati un esempio quando il cuore è colmo di rimpianti.
E poi c'è la delicatezza dei sentimenti. Yellow Birds è soprattutto la storia di una amicizia, di una promessa difficile da mantenere e delle sue rovinose conseguenze. Il soldato Bartle (nome che richiama Bartleby, lo scrivano di Melville), prima di partire per la missione irachena, prende sotto la sua ala protettrice l'ancora più giovane soldato Murph. Bartle giura alla madre dell'introverso e sensibile Murph di riportarle il figlio a casa. L'ufficiale superiore assiste alla scena e rimprovera Bartle: mai sfidare il Fato. Le sorti di Bartle e Murph ora sono intrecciate per sempre, un fatto dalle ripercussioni imprevedibili. In Yellow Birds, tutto è contemporaneo ma la tragedia greca è dietro l'angolo.

I classici sono così: colgono lo spirito del tempo e insieme sono senza tempo. Sono storie universali, come Yellow Birds, scritto dal poeta-mitragliere Kevin Powers. I giornali statunitensi hanno tirato fuori la parola «capolavoro»: per una volta non è un abuso promozionale.

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