Gaia Biennale a Marrakech

Fra party, dance night ed eventi paralleli, l’arte è un pretesto per far festa. Ora il glamour è di casa in Africa

Gaia Biennale a Marrakech

Il caravanserraglio dell’arte contemporanea punta su Marrakech, in Marocco, ultimo avamposto per misurare la temperatura della biennalite, malattia che ha progressivamente decentrato le mostre lontano dall’Occidente. Questa di Marrakech ha come modello Istanbul, partita piano e trasformatasi in appuntamento glamour. E in effetti nella splendida città marocchina, seducente fin dai tempi in cui Cecil Beaton fotografava i Rolling Stones e Paul Bowles venne a scriverci Il te nel deserto, il chic-freak di tendenza non manca: la presidentessa dell’istituzione Vanessa Branson, sorella del noto Richard, ha ospitato nel suo Riad El Fenn (antiche dimore trasformate in resort di lusso, raccomandabile tra questi il Dar mo’ Da diretto da un’italiana) l’onnipresente jet-set delle mostre internazionali organizzando party, dance night e una fitta rete di eventi paralleli per far tardi la notte perdendosi nella Medina, finalmente libera dai motorini che di giorno la riducono a una camera a gas.
La quarta edizione della Biennale si divide in due parti. La prima, che si consuma fino a stasera nel weekend lungo di inaugurazione, offre un programma di conferenze, cinema e letteratura sotto il suggestivo titolo Surrender, con appuntamenti che non si sovrappongono e si possono seguire muovendosi in taxi con tariffe imprevedibili. Si è discusso dell’identità artistica in Medio Oriente e in Africa, del rapporto fra arte e spazio pubblico, di nouvelle vague marocchina; tra gli ospiti, gli scrittori Geoff Dyer, autore di Natura morta con custodia di sax, Ben Okri, il videomaker albanese Anri Sala e il regista Kevin McDonald, autore di un bellissimo documentario su Bob Marley, uno dei momenti più emozionanti dell’inaugurazione.
La mostra, dal titolo «Higher Atlas», si ispira alle montagne che fanno da cornice a Marrakech ed è allestita nel Theatre Royal, in un edificio dalla facciata imponente ma che all’interno non è mai stato finito e dunque fa l’effetto di un mastodonte abbandonato. I due giovani commissari, Carson Chan, di origine cinese ma con base a Berlino, e il londinese Nadim Samman sono il tipico esempio del curatore global, informatissimo sulle nuove tendenze, abituato a parlarsi addosso con frasi fatte banali e l’assoluta indifferenza per il pubblico. Nell’ampio proscenio del teatro e per le rampe in cemento, anti monumento all’abusivismo edilizio, non un cartellino o una didascalia che indichi i nomi degli autori delle opere; a disposizione una mappa incomprensibile perché, lo dice il curatore inglese, così si può godere l’arte senza il pregiudizio della firma. Ancora non so quindi chi abbia costruito una casetta in legno dove volendo si potrebbe abitare, e scopro a malincuore che l’intervento delle CocoRosie, famose nella scena indie musicale americana, non è arrivato in tempo.
Tra video manierati e prevedibili - il vecchio cieco, lo spot di un’automobile - e un’installazione audio di voci che replicano una nenia infantile, ci sono alcuni lavori suggestivi, come le colonne in ceramica del camerunese Pascal Marthine Tayou, il più famoso artista africano, un elicottero rovesciato di Alexander Ponomarev, un edificio di nebbia e vapore del tedesco Alex Schweder, che con la moglie Khadija Carrol ha costruito un trampolino sospeso nel vuoto. Registriamo la presenza di un giovane italiano, Luca Pozzi, ma il lavoro più pertinente è allestito sul tetto del palazzo e rappresenta le sette vette dell’Atlante, dopo che l’autore Andrew Ranville si è arrampicato su ciascuna di esse portando con sé la memoria di una pietra.
Non si può dire che la mostra sia mediocre, però non è stata pensata per il pubblico marocchino ma solo per la gaia fauna da inaugurazione. Qui sta il limite, perché tutta la Biennale sembra un’astronave atterrata per caso all’aeroporto di Marrakech, allo scopo di convogliare i ricchi turisti inglesi, francesi, tedeschi e italiani che si sono dati un gran da fare a inserirsi nel programma off inscenando performance e cene nei riad. Per una volta però sinceri complimenti a un nostro compatriota, il romano Angelo Bellobono, ideatore del progetto Atlas Now (all’ESAV, scuola di arti visive). Accortosi che i marocchini sono inconsapevoli dello sfruttamento sciistico delle loro montagne, si è fermato diversi mesi sull’Atlante per formare i giovani berberi alle tecniche di tale sport.

Questa si che è una ricaduta economica reale e permanente sul territorio, ben più incisiva e pragmatica rispetto ai lustrini della signora Branson e dei suoi curatori alternativi, la cui impresa sarà visitabile fino al 3 giugno, quando tutti ci trasferiremo in massa a Kassel per l’ennesimo show, speriamo non inutile, del contemporaneo.

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