"Anche i servizi italiani hanno spiato il Papa"

Un ex funzionario dell'intelligence: "Sorvegliammo l'incontro tra Giovanni Paolo II e Tarek Aziz". E sugli americani: "A Roma in 32 scoperti a intercettare"

"Anche i servizi italiani hanno spiato il Papa"

«Nel nostro mestiere tutti controllano tutti. Amici o nemici non fa differenza. Quello che serve sono le informazioni e per procurartele devi esser pronto a cercarle anche a casa dei tuoi alleati o dei tuoi nemici. Le faccio un esempio. Nel febbraio 2003 quando Tarek Aziz venne in Italia per incontrare il Papa alla vigilia dell'invasione americana dell'Iraq i nostri servizi si preoccuparono di conoscere il messaggio che veniva portato al Vaticano. Il Papa non era ovviamente un nostro nemico e da quell'incontro non poteva scaturire una minaccia all'Italia, ma sapere cosa si dicevano era importante dal punto di vista politico. La discussione tra il Pontefice e un esponente di punta del regime iracheno poteva interessare i nostri alleati e conoscere il messaggio portato da Tareq Aziz poteva innalzare il nostro potere di scambio. Per questo all'interno dell'organizzazione nessuno si scandalizzò troppo per quel tipo d'operazione. Era una normale raccolta d'informazioni per fini politici non un atto d'ostilità» L'uomo che parla al Giornale è un ex alto funzionario della nostra intelligence. Un «uomo ombra» che ha contribuito a introdurre in Italia l'uso a vasto raggio della SigInt (Signal Intelligence) e ha supervisionato lo sviluppo delle metodologie d'intercettazione elettronica di ultima generazione. Un uomo che continua a custodire molti segreti preziosi anche nell'ambito dei non facili rapporti con gli alleati.

«Il vero problema del cosiddetto scandalo "Datagate" -prosegue- non sono le spiate degli americani ai danni dei tedeschi o dei francesi. Quelle sono faccende normali, consuete. Qualche anno fa a Roma vennero presi con le mani nella marmellata una trentina di operatori statunitensi. Ufficialmente erano a libro paga di un'agenzia di sicurezza privata, in verità origliavano le conversazioni tra i nostri operatori d'intelligence e quelle di un altro alleato comune. Perché lo facevano? Perché è sempre utile sapere come la pensano i tuoi amici e di cosa si stanno occupando. Ma questo è il lato più triviale del Datagate, quello che continua a sviare voi giornalisti e i politici meno attenti. Inseguite il fragore di un'indignazione inevitabile. L'affare Snowden ha reso pubblici dei vizietti vecchi e cosnueti e quindi qualcuno finge di dimostrarsi sorpreso e indignato. Ma è solo apparenza. La sostanza, il vero problema portato alla luce dal Datagate è il "gap tecnologico" che mina le relazioni dell'Europa con gli alleati americani. C'è una distanza sempre maggiore tra la loro capacità d'acquisire informazioni e la nostra crescente incapacità di difenderle».

Il nostro interlocutore a questo punto ci sommerge con una serie di dati e cifre sulla National Security Agency: «Il loro budget ufficiale di quest'anno è di quasi 11 miliardi, ma in verità ne spendano almeno tre volte tanti. Oltre al quartier generale di Fort Meade nel Maryland hanno basi nelle Hawaii, nello Utah, in Colorado, Georgia e Texas e in ognuna delle ambasciate statunitensi. Sul loro libro paga ci sono 35mila dipendenti, senza contare i contractor esterni e i migliori ricercatori americani. Quest'investimento gigantesco genera un gap tecnologico di cui non afferriamo neppure più l'estensione. Le faccio un esempio banale. Noi potremmo ritenere sicuro un ambiente perché sappiamo che nessuno ci mette piede da un mese e la batteria di una cimice dura al massimo un mese. Ma qualcun altro può disporre di batterie molto più sofisticate. Trasporti l'esempio a tutti gli ambienti possibili. Pensi alle linee telefoniche, alle trasmissioni di dati messe in comune con i nostri alleati in ambito Nato, alle informazioni condivise nell'ambito della cooperazione tra servizi, alle comunicazioni durante alle missioni all'estero e capirà quanto la penetrazione può esser profonda. Noi mettiamo a disposizione "ambienti" che riteniamo inaccessibili oltre un certo livello, ma l'ospite può esser in grado di penetrarli e da lì arrivare ovunque. Questo è quanto succede e continuerà a succedere a causa del gap tecnologico tra noi e gli Stati Uniti». L'altro grande malinteso del "Datagate" secondo l'interlocutore del Giornale è la convinzione che tra Stati Uniti e Germania esistesse un rapporto limpido e una convergenza d'intenti. «Nel 2005 -ricorda- quando Angela Merkel diventò cancelliere Gerard Schroeder, suo predecessore e avversario, abbandonò la politica per dirigere Nord Stream, la grande impresa finanziaria destinata a portare il gas e gli investimenti di Gazprom in Europa. La Germania è da sempre il grande interlocutore economico e finanziario della Russia in Europa.

Le "relazioni pericolose" per gli interessi americani passano attraverso la Germania. Attraverso Schroeder prima e la Merkel oggi Mosca investe in Europa e si contrappone agli Stati Uniti. Pensate potessero a fare meno d'ascoltarla?».

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