L’esca degli indiani, il capitano che informa l’armatore ricevendo il via libera per tornare in porto, la Farnesina che chiama la società per chiedere cosa sta accadendo, ma è già troppo tardi e la Marina che voleva tirare dritto. Così i nostri marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girolamo, sono finiti nelle galere indiane. Il Giornale, grazie a fonti incrociate, che hanno chiesto l’anonimato, ricostruisce cosa è realmente accaduto il 15 febbraio.
Il nucleo antipirateria, comandato dal capo di prima classe Latorre, ha appena respinto, in acque internazionali, un presunto attacco dei pirati alla petroliera Enrica Lexie sparando colpi di avvertimento in acqua, secondo il rapporto scritto a caldo. A terra la Guardia costiera indiana viene informata che due pescatori sono stati uccisi. Il proprietario del peschereccio sostiene che gli spari sono arrivati da una nave mercantile. Il comandante della Guardia costiera dell’India occidentale, S.P.S Basra si inventa «una tattica ingegnosa», come lui stesso ammetterà qualche giorno dopo. Ovvero lancia un’esca sperando che qualcuno finisca in trappola. «Eravamo nel buio più completo riguardo a chi avesse potuto sparare ai pescatori. Grazie ai sistemi radar abbiamo localizzato quattro navi che si trovavano in un raggio fra 40 e 60 miglia nautiche dal luogo dell’incidente» ha spiegato l’alto ufficiale. Gli indiani chiedono via radio se qualcuno «avesse respinto per caso un attacco dei pirati. Solo gli italiani rispondono positivamente». Quello che Basra non dice è l’inganno comunicato via radio: «Tornate in porto per riconoscere i pirati» che sembrava fossero stati catturati o individuati.
James, il primo ufficiale di coperta indiano della petroliera, conferma a una fonte del Giornale: «Eravamo in acque internazionali, ma quando uno Stato costiero chiede assistenza per un’indagine è nostro dovere obbedire. Non solo: ci avevano promesso che non avremmo subito ritardi». Da terra gli indiani mentono spudoratamente chiudendo la trappola. Il comandante, Umberto Vitelli, deve, per qualsiasi inversione di rotta, segnalarla all’armatore e al charter che affitta la nave. La petroliera è dei Fratelli D’Amato spa di Napoli, la stessa società che per 11 mesi si è vista sequestrare nave Savina Caylin, con cinque ufficiali italiani a bordo, dai pirati somali.
Secondo più fonti, compreso il sito Liberoreporter che si è occupato a lungo del Savina, dalla società armatrice arriva il via libera per tornare a Kochi: «Fate come dicono loro».
I marò informano il proprio comando e la Marina contatta la Farnesina. Il ministero degli Esteri chiama l’armatore per chiedere cosa stia accadendo. Dall’altra parte del telefono viene garantito che «è solo un controllo di routine». La Marina, però, monitorizza la situazione e nota che i media indiani già lanciano notizie di una nave italiana individuata per la morte dei pescatori. La Difesa vuole che la nave tiri dritto, ma è già troppo tardi. La petroliera è entrata nelle acque territoriali indiane. Il sistema si mette in allarme dalle 17.45 ora italiana, ma un elicottero e due motovedette indiani hanno intercettato la petroliera per scortarla in porto. La nave è già alla fonda quando si annusa il pericolo, anche se non risulta ancora chiaro l’inganno.
In serata nella rada di Kochi, il capitano chiede agli indiani: «Facciamo presto che domani dobbiamo ripartire». A quel punto le autorità locali scoprono le carte e gli ordinano di non muoversi. La trappola si chiude e per i marò il destino del carcere è segnato.
La Farnesina sostiene di non aver mai «chiesto, né autorizzato il comandante della nave» ad attraccare a Kochi, «né a entrare nelle acque territoriali indiane». L’ex sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, vuol chiedere una commissione d’inchiesta sul caso, dopo il ritorno a casa dei marò.
Un altro aspetto sono i particolari rapporti di Luigi D’Amato, l’armatore della petroliera, con l’India. La società riceve commesse legate al trasporto del greggio e le sue navi fanno spesso scalo nel grande paese. Se la Lexie avesse tirato dritto, le altre unità della compagnia sarebbero state vessate in tutti i modi dai controlli nei porti indiani.
Non solo: a bordo della Lexie ci sono 18 marittimi di nazionalità indiana, come erano indiani i 17 membri dell’equipaggio del Savina finito nelle mani dei pirati.
Libero reporter rivela che una delle sei sedi della «V. Ships India management», che recluta i marittimi indiani per l’armatore di Napoli, guarda caso è proprio a Kochi, dove ha avuto inizio la disavventura dei marò.
Penso che leggendo i suoi post traggo una conclusione lei è un esaltato che spara sentenze senza nessuna prova tipico dei komunisti.
Quindi faccia un favore all'umanità prima di aprire bocca avvii il cervello e possibilmente si lavi la bocca con l'acido muriatico prima di parlare dei due MARO'.
Milano sa chi sono i Torriani,o La Torre signori della città di parte guelfa, prima che fossero scalzati dal vescovo Ottone Visconti che cercò di sterminare la famiglia Torriani cui apaprteneva il vescovo Raimondoi,già designato dal Papa come vescovo di Milano,poi Patriarca di Aquileia (Udine).
Massimiliano come Lotario sono nomi che credo ricorrenti in quella famiglia di origine franca-borgognona.Chi ha tempo per approfondire approfondisca.
A me ha colpito la dignità dei due fucilieri e quel cognome carico di storia.Speriamo di essere capaci di tirarli fuori dal marasma indiano..
Dalla stampa e da un'interrogazione parlamentare si sa che sarebbe stato il "console italiano a Mumbai" a "consigliare" di evitare frizioni e far scendere due dei sei soldati; un civile; NON, come dovrebbe essere PER LEGGE, un militare.
Questa CLAMOROSA violazione della legalità ITALIANA, prima che internazionale, è il vero scandalo prodotto da questo sedicente governo; e un articolo come questo non fa che nasconderlo, buttando polvere sulla verità...
Il sostegno a questo governo sta seriamente compromenttendo la sicurezza, la stabilità ma anche la posizione internazionale e il prestigio del Paese; CHIUNQUE sostenga un simile governo di non eletti, e alquanto ambigui, personaggi dai doppi e tripli cognomi, NON sta facendo il bene dell'Italia.
L'India è un grande paese, molto industrializzato, ma con un tessuto sociale ancora medioevale.
Le soluzioni sono due: o l'Italia sgancia molti denari, oppure il governo indiano esercita il suo potere governativo e negoziale, sempre considerando le questioni interne.......
Insomma, meglio starne alla larga.
A leggerLa parrebbe che fosse stato presente all'incidente mentre, invece, era probabilmente spaparanzato nel suo letto.
Mi sembra uno dei tanti periti assicurativi che se la tirano perché, in effetti,non capiscono un bel cxxxo ....ma sono solo obbligati a difendere l'indifendibile ...........ma Lei ???????
In ogni caso Lei d'italiano c'ha solo il cognome. Il nome NO ! Mamma cubana ???
Poveri Noi !
Ma "sic stantibus rebus " la grana" la devono sborsare la Farnesina (INCAPACI!così imparano a non giocare con la vita dei nostri soldati) , l'armatore ed il comandante della petroliera.
Il comandante non dispone di mezzi ?? Fatti suoi: tutto il resto della sua vita a tinteggiare carene con l'antivegetativo ! Ecchèdiamine !
Fra gli altri venne frantumato a colpi di mitragliera pesante un allievo sottufficiale della marina e non venne neanche inoltrata formale protesta.
La gente dimentica. I familiari degli uccisi e dei sequestrati no.
Non è cambiato niente.
Duca Giulio Terzi di Sant'Agata dei Fornari .... Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr Prrrrrr Prrr (seguono applausi scroscianti).
Vincenzo Monticelli