Iraq, rapiti 50 turchi. Erdogan minaccia il "regno" di Al Qaida

Mezzo milione di civili in fuga nel nord del Paese. L'esercito iracheno si scioglie davanti ai jihadisti

Iraq, rapiti 50 turchi. Erdogan minaccia il "regno" di Al Qaida

Chi semina vento raccoglie tempesta. E così anche per il premier turco Recep Tayyip Erdogan è tempo di correre ai ripari. C'è da chiedersi però se troverà un rifugio in grado di risparmiarlo dalla bufera che ha contribuito a sollevare. A preannunciare l'imminente uragano ci hanno pensato i miliziani jihadisti dello Stato Islamico di Iraq e Siria, che non paghi di aver conquistato Mosul hanno assaltato il consolato turco della città prendendo in ostaggio il capomissione e 48 fra diplomatici e personale di Ankara. Il sequestro può sembrare marginale nell'inferno di un Iraq settentrionale sconvolto dai combattimenti dove mezzo milione di persone tentano di sottrarsi all'avanzata dei jihadisti che - dopo essersi prese Mosul, Ninive e i pozzi petroliferi di Baijie - stanno per occupare Tikrit, città natale di Saddam Hussein. Il rapimento dei diplomatici turchi rischia, però, di diventare la cartina di tornasole delle spregiudicate politiche di un premier che sognava di far rinascere la potenza ottomana e diventarne il nuovo sultano.

In passato i rapporti tra Ankara e l'Isis, nonostante il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu minacci ora «severe rappresaglie», erano tutt'altro che conflittuali. L'Isis, attivo anche sul fronte siriano, ha goduto per anni del sostegno dei servizi segreti del Mit disponibilissimi ad appoggiare chiunque combattesse Bashar Assad. Nel caso dell'Isis, il vantaggio era persino duplice. L'Isis è, infatti, il nemico giurato delle milizie curde, vicine al vecchio Pkk di Ocalan, che controllano vaste zone della Siria abbandonate dall'esercito di Damasco. Se i curdi siriani erano nemici assoluti quelli del nord Iraq, fedeli a Massoud Barzani, erano alleati preziosi per garantire ad Ankara un diritto di prelazione sul petrolio contrabbandato illegalmente da Kirkuk. Queste politiche spregiudicate rischiano di causare, a tre mesi dalle presidenziali, gravi contraccolpi per un Erdogan già accusato di corruzione e minacciato da una crescente opposizione interna. Se sul fronte interno dovrà chiarire perché abbia appoggiato i sequestratori dei propri diplomatici su quello internazionale rischia di dover spiegare come tanta spregiudicata ambiguità si concili con il ruolo di premier di un Paese Nato.

Intendiamoci, i giochini di Erdogan erano ben noti alla Cia e a Washington, ma finché la sua funzione anti Assad appariva preminente tutto poteva esser perdonato. Ora dopo i disastri di Mosul Erdogan potrebbe diventare un ottimo capro espiatorio per coprire le «distrazioni» di un'amministrazione Obama colpevole di aver abbandonato l'Iraq al proprio destino. Intanto però ieri la Casa Bianca si è detta pronta a «lavorare con il governo iracheno e le autorità nel Paese per dare una risposta unita all'aggressione dell'Isis». La stupefacente offensiva di un gruppetto terroristico trasformatosi in un'organizzazione insurrezionale è infatti conseguenza delle politiche di discriminazione delle tribù sunnite perseguita dal premier iracheno Nouri Al Maliki dopo il ritiro americano. Una politica a cui Washington, pur armando e addestrando l'esercito di Bagdad, non si è mai contrapposta. Dietro le vittorie di un Isis capace di mobilitare migliaia di combattenti risoluti e determinati si celano la rabbia e la frustrazione dei sunniti, che per anni hanno assistito alla sottrazione del petrolio dei pozzi di Kirkuk messo a segno dai miliziani curdi d'intesa con Ankara.

Ad alimentare quella rabbia hanno contribuito repressione, arresti arbitrari ed esecuzioni extragiudiziali messe a segno nel triangolo sunnita dall'esercito di Bagdad e dalle milizie sciite. Per questo non c'è da stupirsi se, pur di soddisfare rabbia e voglia di vendetta, i sunniti iracheni hanno deciso di affidarsi all'Isis.

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