Kiev, il paradosso della normalità

Al di fuori dei due chilometri quadrati attorno a Piazza Maidan, la vita nella capitale scorre come prima. Grazie a Gli occhi della guerra raccontiamo le barricate in Ucraina. DIARIO DA KIEV

Kiev, il paradosso della normalità

Quello che state per leggere è un articolo multimediale: i link che trovate nel testo sono foto e video inediti realizzati dal nostro inviato Fausto Biloslavo

KIEV - In tutte le guerre, crisi o rivoluzioni non mancano i paradossi. A Damasco, lo scorso settembre, ero allibito davanti ad un corteo nuziale, con tanto di sposa in bianco e corteo di macchine strombazzanti, ad un passo dalla prima linea dove erano stati lanciati i gas nervini. Durante la terribile guerra civile in Libano alla sera andavo ad un cocktail a Jounieh, ad un passo dalla capitale, ed il giorno dopo di nuovo sulla linea verde di Beirut tagliata in due da cecchini e colpi di mortaio.
A Kiev, al di fuori dei due chilometri quadrati attorno a Maidan, della “repubblica libera” dei rivoluzionari ucraini, la vita nella capitale scorre come prima. Non solo: sotto la famosa piazza continua a restare aperto un centro commerciale, dove la gente va a fare shopping comprando scarpe italiane o a bere un caffè al caldo. Ogni tanto passa la ronda dei miliziani ribelli, che mantengono l’ordine. In tenuta da combattimento, ma con il rosario e la croce al collo sembrano pesci fuor d’acqua in mezzo ai clienti.

Domenica in superficie, si sono riunite 50mila persone per il comizio dei leader dell’opposizione in piazza Maidan. Sotto i grandi poster della discussa pasionaria incarcerata, Julia Timoshenko, la gente comune, di tutti gli strati sociali, si mescola alle prime file dei miliziani di Svoboda, il partito ultranazionalista. Se li vedesse la baronessa Asthon, rappresentante della Ue che vuole indagare sugli abusi dei diritti umani in Ucraina, le prenderebbe un colpo.
Attorno al palco degli oratori dell’opposizione c’è un servizio d’ordine con i mefisto calati sul volto, tenuta da combattimento e giubbotto antiproiettile, che sembrano Rambo senza il fucile mitragliatore. Finito il comizio la mamma impellicciata con la figlia avvolta nella bandiera rossa e nera dell’Esercito di liberazione ucraino, che combattè contro i sovietici durante la seconda guerra mondiale, illustra il luogo dei duri scontri delle scorse settimane con la polizia. Un paradossale turismo delle barricate dove la moglie scatta la foto ricordo della “rivoluzione” al marito ed i genitori portano i bambini. Le ragazze vanno matte per i miliziani ribelli con il volto nero di fuliggine e ci sono anche proposte di matrimonio in mezzo ai sacchetti di sabbia.

Nella “repubblica ribelle” non manca uno stand della 4° legione cosacca. I giovani, comprese le ragazze, si fermano per una fotografia in mezzo a due anziani veterani facendosi mettere un elmetto in testa.
L’ennesimo paradosso è che uscendo dalla cerchia delle barricate la vita ed il traffico di Kiev continuano come sempre con negozi e caffè aperti, anche se meno affollati. La rivoluzione è concentrata in due chilometri quadrati e nei governatorati dell’Ovest, mentre nel resto della capitale c’è il solito il tram tram quotidiano.


Viene quasi da ridere, ma rientrando nel quadrato delle barricate mi colpisce un giovane “soldato” con elmetto, mimetica da combattimento e anfibi. Fa da sentinella all’esterno del municipio dove chiunque può arruolarsi nell’Upa, l’Esercito (clandestino) di liberazione ucraino.

GLI OCCHI DELLA GUERRA

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