Che ingiustizia finire in carcere per una bandiera

Solo con il leader di CasaPound tanto rigore: per compiacere l'Ue

Che ingiustizia finire in carcere per una bandiera

Roma - Chi tocca l'Europa del rigore muore. O, fuor di metafora, finisce dietro le sbarre. Ne sa qualcosa il vicepresidente di CasaPound, Simone Di Stefano, che da sabato mattina è rinchiuso in una camera di sicurezza della questura di Roma, in attesa di essere processato per direttissima stamattina.

Di Stefano è stato arrestato con l'accusa di furto pluriaggravato dopo essere salito con una scala sul balcone della sede di rappresentanza in Italia della Commissione europea e aver lanciato la bandiera pluristellata al centinaio di manifestanti che aspettava lì sotto sventolando i tricolori. Lo scopo del blitz, pacifico, era simbolico: sostituire il vessillo Ue con quello nazionale. Gli agenti però, quando Di Stefano stava ancora salendo verso il balcone, hanno caricato i manifestanti, una ventina dei quali hanno riportato ferite alla testa, e ne hanno denunciati tre a piede libero, oltre a rinchiudere il leader del movimento. La bandiera azzurra dell'Unione europea, intatta, è stata riconsegnata in questura poco dopo.

Se la cronaca è tutta qui, resta il paradosso di un arresto che appare grottesco e sproporzionato, talmente simile a un gesto in odore di sudditanza e in omaggio alla dittatura degli euroburocrati da finire per convalidare le ragioni della protesta di CasaPound e Forconi. Le manganellate, la cella, una giustizia che si scopre improvvisamente rapidissima e inflessibile strizzando l'occhio a Bruxelles suonano come una punizione esemplare, ma è un pessimo esempio, per la «lesa maestà» a un simbolo dei padroni del rigore europeo. Una punizione, tra l'altro, acrobaticamente incardinata in un reato improbabile, il furto pluriaggravato, nonostante la restituzione del «maltolto».

Tralasciando i tanti autori di reati comuni che in carcere nemmeno ci si affacciano, non si ricorda un simile zelo nei tanti episodi in cui, negli ultimi anni, è stata la bandiera nazionale, il tricolore, a essere vilipesa o bruciata. E nemmeno dopo il blitz di Greenpeace a Palazzo Farnese del 1995 - dalla dinamica molto simile, con tanto di bandiera francese ammainata da Gianna Nannini arrampicata sul balcone dell'ambasciata - tintinnarono manette.

L'Europa, però, non si può toccare. E l'enormità dell'arresto del «rubabandiera» Di Stefano solleva solo poche obiezioni dalla politica, tutte targate FdI. Guido Crosetto affida a Twitter il suo sconcerto, chiedendosi se «veramente questo Di Stefano è stato arrestato perché ha tolto una bandiera Ue», e il capo delegazione di Fratelli d'Italia all'Europarlamento, Carlo Fidanza, s'interroga sui motivi del «trattamento speciale» riservato sabato ai manifestanti del «dissenso anti Ue»: «Far rispettare la legge è una priorità per tutti, ma si deve fare con uniformità e proporzionalità».

La questione non è politica. Non riguarda CasaPound o i Forconi. È in gioco la libertà personale. Non si può finire in cella per aver criticato l'Ue e le sue politiche. Almeno fino a quando l'anti europeismo non diventerà un reato.

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