Carinzia, nuovo paradiso per le imprese italiane

In Austria si può aprire un'azienda in meno di un mese: oltre 300 quelle già trasferite. Sono attratte da assenza di burocrazia e tasse al 25%

Parla perfettamente italiano, si è laureato in giurisprudenza a Teramo, sua figlia Lisa studia greco e latino a Udine. Ma Christian Ragger gli affari li fa nella sua terra: la Carinzia. È lì, a 160 chilometri da Udine, il paradiso delle imprese italiane in fuga da fisco e burocrazia. Parole già sentite infinite volte sui giornali e nei dibattiti televisivi, persino logore, e però sempre più attuali davanti ai numeri di quello che si può definire ormai un esodo.

Ragger, potente assessore all'Economia della giunta carinziana, ha insieme all'Agenzia per lo sviluppo, l'EAK, le chiavi di una regione che fa di tutto per attrarre gli investimenti dal Veneto, dalla Lombardia e dagli altri distretti di un tessuto produttivo stremato.

Quello che l'Italia toglie la Carinzia e l'Austria restituiscono: una tassazione al 25 per cento e 25 giorni per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie per aprire un capannone.
Numeri fantascientifici per il nostro Paese. E, infatti, le aziende accorrono: 312 insediamenti dal 2009 ad oggi; 184 progetti presentati solo nel 2013. È una corsa. Anzi, una rincorsa a quel che di qua delle Alpi è una chimera. «L'anno scorso - spiega Ragger, 40 anni, cresciuto alla scuola di Jörg Haider e oggi leader in Carinzia del Partito della libertà - hanno aperto a Klagenfurt e dintorni il gruppo Danieli, Refrion, Bifrangi, che ha investito 24 milioni, le Industrie plastiche lombarde. In media riceviamo una quindicina di richieste al mese dall'Italia. Molte, sempre di più, dal Veneto e dal Nordest».

Piccole e medie imprese senza futuro nel Nord tartassato cercano un passaggio ancora più a Nord. Nel cuore del vecchio impero asburgico. E trovano uno scenario che si fatica a credere indossando occhiali tricolori. «Quando un'impresa bussa alla porta dell'EAK a Klagenfurt trova subito tutto quello che le serve. Per capirci, dopo 24 ore le autorità convocano l'imprenditore e lo fanno sedere intorno a un tavolo con i tecnici del caso: l'avvocato, il commercialista, l'esperto delle normative ambientali, se necessario anche lo specialista che valuta rumori e decibel, e naturalmente, un interprete».

Il signor Brambilla non deve peregrinare da un ufficio all'altro, non deve perdere ore e ore in coda, non deve portare pile di certificati e firmare scartoffie su scartoffie. Le procedure sono ridotte al minimo, i controlli non prevedono un corpo a corpo sul cavillo, la normativa è chiara e per quanto possibile semplice. Soprattutto, in un ufficio o due al massimo si fa tutto. E un funzionario, uno solo, segue tutta la pratica dall'inizio alla fine. Altro che sportello unico. Risultato: in meno di un mese si può riaprire il capannone chiuso a Bergamo o Treviso. «Nel passato - spiega Ragger - avevamo tempi un po' più lunghi, ora siamo scesi a 25 giorni. Favoriamo in tutti i modi chi vuole creare ricchezza e occupazione nella nostra terra e posso dire che la Carinzia è la regione più veloce nella pur virtuosa Austria».

Così la processione continua, con reciproca soddisfazione. «Me ne vado in Carinzia, per l'Italia l'imprenditore è solo un delinquente - ha spiegato nell'agosto scorso al Corriere del Veneto Francesco Biasion della Bifrangi - in Carinzia in pochi giorni ho avuto il terreno, a prezzi stracciati, e poi autorizzazioni, partite Iva e conti correnti, quando in Italia ci sarebbe voluto un decennio».

Via, dunque, alla delocalizzazione di 300 posti di lavoro e alla costruzione di uno stabilimento da 30mila metri quadri: da Vicenza a Klagenfurt

per un'azienda che è fra i leader mondiali dello stampaggio a caldo dell'acciaio per auto, macchine agricole, movimento terra. E il confine diventa la valvola di sfogo di un'esasperazione che non trova interlocutori a Roma.

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