Mediobanca, Ligresti e la trappola di «Repubblica»

Ai tempi di Enrico Cuccia, Mediobanca faceva scrivere ai giornali ciò che voleva. Oggi è La Repubblica che fa dire al numero uno di Mediobanca ciò che vuole. Si può senz'altro dire che sia un passo avanti nel rapporto tra media e affari. Non c'è che dire. Alberto Nagel ieri mattina si è visto pubblicare una clamorosa intervista, appunto, su La Repubblica. Che il giorno prima l'aveva pesantemente attaccato. Il motivo è quello ormai stranoto legato al salvataggio della compagnia assicurativa dei Ligresti, la Fondiaria-Sai, debitrice di un miliardino di euro proprio a Mediobanca. Nagel è indagato dalla Procura di Milano per la firmetta che ha apposto in un lungo documento (tenuto segreto fino a poche settimane fa) in cui si prendono impegni per la buona uscita dei Ligresti dalla Fonsai. Nagel ha sempre negato l'esistenza di un patto segreto con (...)

(...) i Ligresti e per questo oggi rischia. Anche se il documento di cui si parla non solo non ha avuto seguito, ma secondo Nagel, rappresenta solo «un desiderata» della famiglia. Un'ipotesi di lavoro non vincolante, insomma.
Ebbene Repubblica, utilizzando le parole di Nagel, ricostruisce la storia così: «La guerra di potere c'è, ma io ero contro Ligresti» titola il quotidiano. E fino a qui poco di nuovo. Viene ricostruita la posizione di Mediobanca, condivisa praticamente in modo unanime dai suoi soci, e cioè che la fusione della Fondiaria-Sai con Unipol è un'operazione di sistema che «mette in sicurezza» una delle realtà finanziarie più importanti del Paese. Nagel ribadisce la bontà dell'operazione e fa capire come il suo fallimento avrebbe comportato costi ben maggiori per i soci di minoranza della famiglia Ligresti.
Ma la parte più clamorosa dell'intervista-ricostruzione del quotidiano è quella che riguarda la «guerra di potere». Con sapienza si fa capire che ci sarebbe stata (negli anni scorsi) una trama per il controllo della banca, a cui Nagel si sarebbe opposto. Ordita da un gruppo di azionisti vicini a Berlusconi, gestiti da Cesare Geronzi, con la complicità dell'azionista francese Bollorè e che hanno permesso a Ligresti di prendere piede. Si tratta di una sintesi rozza di una pagina densa di informazioni. Il numero uno della banca milanese ha fatto sapere ad alcuni azionisti di come il suo «pensiero sia stato travisato» e che soprattutto il colloquio con il giornalista (Massimo Giannini) fosse da ritenersi totalmente riservato e finalizzato solo alla corretta ricostruzione delle recentissime vicende Fonsai. In effetti il lungo articolo di Repubblica è costruito con un sapiente impasto di dichiarazioni virgolettate e chiose redazionali.
Ieri, in mattinata, c'è stato un consulto informale tra i soci dell'Istituto, che hanno letto la paginata di Repubblica, più basiti che seccati. A caldo si sono fatte largo due interpretazioni. La prima è che il banchiere sia caduto in un «trappolone»; la seconda, più maliziosa, è che questi abbia cercato una sponda politica-editoriale per rafforzarsi. Nel giorno in cui anche a Mario Monti «sfugge» un attacco alla politica economica di Berlusconi (la questione dello spread a quota mille poi pubblicamente ritrattata), anche dalla più prestigiosa banca d'affari italiana arriva una bordata al giro di Arcore. Maliziosamente si potrebbe sospettare che un manager che si ritiene in difficoltà abbia pensato di accomodarsi nel sobrio solco dei tecnici.
Ma con il passare delle ore, e con le rassicurazioni date dal banchiere ai suoi soci, anche i più diretti interessati si sono convinti della prima, più benevola, interpretazione.
C'è un dettaglio, infatti, che sfugge nella ricostruzione di Repubblica, ma non può sfuggire all'amministratore delegato di Mediobanca. E cioè che dopo l'apertura dell'indagine della Procura che ha oggettivamente messo in difficoltà Nagel, alcuni dei soci citati dall'articolo di Repubblica di ieri gli hanno subito mostrato grande solidarietà. Tra questi il gruppo Fininvest controllato proprio da Silvio Berlusconi, il gruppo Mediolanum di Ennio Doris partecipato dal Cavaliere e anche i soci francesi, guidati da Vincent Bollorè.
Il nocciolo della questione è tutto qua.

Perché il numero uno della banca milanese avrebbe dovuto mettersi contro, all'indomani degli attestati di fiducia, i grandi azionisti intenti a sostenerlo? Nonostante i molti fronti aperti in Mediobanca, i soci del patto di sindacato che la governa sono convinti che Nagel sia ingenuamente caduto in un «trappolone».

di Nicola Porro

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