È nata down, il medico le paga i danni

Marta ha sedici anni e tra poco diventerà milionaria. La Cassazione le ha dato una mano con una rivoluzionaria sentenza che le garantirà un futuro economico roseo. Perché? I giudici hanno deciso che le spetta un maxi risarcimento per essere nata down. Attenzione, ci sono migliaia di bambini che nascono affetti dalla sindrome a cui non spetta neppure un euro.
Ma il caso di Marta è particolare. La sua nascita non è stata frutto di una scelta ponderata di genitori che scelgono di accettare quello che arriva dal fato. No, la sua nascita è dovuta all'insipienza di un medico che non ha ascoltato la madre di Marta quando aveva espressamente chiesto di fare un esame specifico per sapere se il feto fosse più o meno sano. In pratica, i coniugi di Treviso, Manuela e Marcellino Osmieri hanno scoperto solo alla nascita che la bambina era down. E quindi non hanno mai avuto la possibilità di scegliere se accettare un figlio disabile o interrompere la gravidanza a scopo terapeutico.
Per questo motivo i giudici supremi hanno bacchettato medico e ospedale accogliendo il ricorso presentato dal legale dei genitori, Enrico Cornelio. Che parla di «rivoluzione copernicana» in materia di risarcimento danni per mancata diagnosi precoce di malformazioni fetali. «Finora la Cassazione riconosceva solo il diritto al risarcimento ai genitori - spiega il legale - ritenendo che per il bimbo, nascere malformato, fosse preferibile a essere abortito». Ora la Corte ha cambiato idea e anzi, ha riconosciuto il risarcimento anche al bambino, o meglio, alla persona che, all'atto dell'indagine medica ed errore diagnostico, era un feto. Ma può il medico essere responsabile per una malformazione non provocata direttamente da lui? «Certo che può - spiega Cornelio - perché i coniugi avevano chiesto espressamente di conoscere le condizioni di salute del feto per fare una scelta di vita. E così non è stato. A loro è stata tolta questa opzione». Da qui la conclusione: «Ogni donna incinta ha diritto di sapere quale sia la gravidanza che sta portando in grembo». Anche Manuela, madre di Marta e di altre due figli, operaia in cassa integrazione, sente di avere ottenuto giustizia. «Io sono felice, ci sentiamo tutti meglio in famiglia - spiega -. C'era stata un'ingiustizia e ora la Cassazione l'ha cancellata». La donna ricorda il calvario passato sedici anni fa. «Quando ero incinta mi rivolsi al mio ginecologo per una diagnosi: volevo sapere per poter fare una scelta e in questi anni ho sempre pensato che qualcuno avesse scelto per me».
Ora Marta ha sedici anni, Manuela la adora e la accompagna ogni mattina alla scuola alberghiera. «È al secondo anno - racconta - e vuole fare la barista. Ama fare le colazioni alla gente, le piace conversare e stare in mezzo agli altri». Una ragazza adorabile che avrebbe potuto non esistere se la sua mamma avesse abortito. «Io non so se avrei abortito - precisa Manuela - ma la cosa grave è che nessuno mi ha messo nelle condizioni di poter fare una scelta autonoma». Infatti, né il ginecologo né l'ospedale di Castelfranco veneto non hanno effettuato alcun esame diagnostico entro il terzo mese di gravidanza. Tanto tempo è passato. Due gradi di giudizio avevano dato torto a Manuela e alla sua famiglia. Non solo. I giudici avevano richiesto ai coniugi risarcimenti milionari. «Le sentenze riformate erano talebane - sbotta il legale di parte -. Ai genitori era stata chiesta la cifra astronomica di circa 300 mila euro a favore del medico, dell'ospedale e delle assicurazioni. Una richiesta inaudita e severissima che si può spiegare solo perché in questa area del Veneto le radici cattoliche sono profondissime e così pure la contrarietà all'aborto terapeutico».
La Cassazione, però, ha annullato tutto. E ha ribaltato le carte. Innanzitutto ha fissato un'invalidità del 75% per Marta che, a occhio e croce, significa un bel milione di euro di risarcimento. I giudici non dimenticano poi i genitori per il danno morale e materiale sofferto. E qui la somma oscilla dai 200 ai 400mila euro. Una botta economica incredibile per ospedale, medico e compagnie assicurative. Ma la sentenza apre la strada a tutte le famiglie con bambini down che non abbiano più di 10 anni.

«Tutti possono chiedere agli ospedali di rispondere della mancata diagnosi - spiega l'avvocato Cornelio -. Non solo in quanto genitori che sono gravati da costi economici e umani inimmaginabili, ma anche per l'invalidità permanente del bambino».

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