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Boitani (in inglese) racconta la storia in chiave mitologica

L’inglese di Boitani è classico, non ha le asprezze sassoni di un Blake o di un Whitman. Piuttosto ha la grazia fluente dei romantici, Shelley ad esempio, e sempre un orecchio teso ad ascoltare Shakespeare

Boitani (in inglese) racconta la storia in chiave mitologica
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Con il poema The five elements (I cinque elementi nella versione italiana di Rosita Copiol, Mondadori, pagg. 135, euro 20) Piero Boitani, illustre studioso e critico, affronta temi che da sempre ho indicato come attualissimi e necessari: mito, natura, e viaggio. Tema quest’ultimo sottolineato sin dal titolo della introduzione, I viaggi di Piero Boitani , dovuta a quell’eccelso uomo di lettere che è Stephen Greenblatt. Con un occhio ai presocratici, a Pindaro, a Lucrezio, e con la scelta di scrivere in inglese come omaggio assoluto a una tradizione letteraria tra le massime nel nostro Occidente, Boitani si cimenta nella interpretazione lirica e filosofica degli elementi che compongono l’universo: l’acqua, il fuoco, la terra, l’aria e infine il quinto, l’etere, l’elemento purissimo che comprende tutto ciò è al di sopra della Luna. Ogni sezione del poema ha un procedere rapsodico, a volte inneggiante, a volte più narrativo o discorsivo. In particolare per l’acqua e il fuoco, vengono individuati gli dei del pantheon greco che li rappresentano, Poseidone dio del mare ed Efesto dio del fuoco. Vengono evocati il loro aspetto, le loro vicende, la loro funzione, e man mano i luoghi della natura dove si possono incontrare. Poi all’improvviso la musica alta dei versi scende di un’ottava: e allora vediamo elementi e miti calarsi nell’esperienza privata dell’autore, dei suoi ricordi e viaggi. Allora Poseidone appare all’autore bambino nel bagnino toscano che lo trae in salvo dalle onde. E l’ombra di Efesto nell’auto uscita fuori strada e bruciata con cinque amici ventenni a bordo, tra i quali anche l’autore avrebbe dovuto essere. Anche la storia, dominata dal dio Ares, furibondo e assassino, balena tra questi versi: il colpo di stato dei colonnelli in Grecia, la primavera di Praga, l’elenco delle città distrutte dal fuoco, che va da Troia, Gerusalemme, Persepoli, Cartagine sino a Dresda. Dopo un passaggio sull’Atlantico, giunto davanti a Manhattan, che gli appare come «l’abside / di una gigantesca cattedrale gotica» l’autore riflette sul suo essere l’erede di una civiltà colonizzatrice, ma rifiuta il complesso di colpa che oggi paralizza gli europei e li costringe a odiare se stessi. Non trova Poseidone tra i Nativi americani, figli delle praterie e delle montagne, ma scopre Sedna, dea e madre del mare tra gli Inuit. Come sulle Ande trova un dio Inca parente di Efesto, perché il mito è circolare e mostra i nessi profondi tra le civiltà. Prometeo appare nella sua titanica ambivalenza: il «primo santo di un calendario comunista» secondo Marx ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini, e con quello gli uomini dominano la natura e si uccidono tra loro. L’inglese di Boitani è classico, non ha le asprezze sassoni di un Blake o di un Whitman. Piuttosto ha la grazia fluente dei romantici, Shelley ad esempio, e sempre un orecchio teso ad ascoltare Shakespeare.

Il lettore troverà a sua disposizione la versione italiana dovuta a Rosita Copioli, grande poetessa sensibile ai temi della natura e del mito, che è fedele al dettato inglese ma senza rinunciare a immettervi la gloria della nostra tradizione.

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