Il 2026 potrebbe essere l’anno del risveglio della cultura liberale e liberal-democratica. Si è appena chiuso il centenario dalla nascita di Spadolini e il ’26 segnerà il centenario dell’uccisione per mano fascista di Piero Gobetti e Giovanni Amendola. Due alfieri in modi e forme diversi del pensiero liberale. Gobetti fu il primo a lanciare la rivoluzione liberale e Amendola era l’autorevole esponente da politico e giornalista di una cultura liberale mirata sulle questioni e problemi concreti. Ma non solo. Attingere a Prezzolini o a Papini o alla saga della rivista La Voce o al meglio del liberalismo crociano e all’impronta liberale di Luigi Einaudi per quanto riguarda soprattutto i temi economici sarebbe importante e significativo. Quanto all’impronta economica liberale, va recuperata soprattutto la lezione di Luigi Einaudi e in parte anche quella di Giovanni Amendola. È importante misurare l’approccio liberale su fattori e questioni concrete di cui il paese anche oggi più che mai ha ancora la necessità. Ce ne sono due per le quali luigi Einaudi è un faro, quello del troppo diffuso statalismo e dell’ancora troppo diffuso corporativismo in Italia. Continuiamo a versare infatti in una sorta di “feudalesimo di ritorno”. Il paese è pieno di corporazioni che condizionano la vita politica ed economica. L’ultimo corporativismo su cui si concentrano le cronache è ad esempio quello dell’Associazione Nazionale Magistrati che si è eretta più che come sindacato come casta corporativa e blocco politico nella campagna per il referendum sulla riforma del CSM.
Il “feudalesimo di ritorno” riguarda anche molti ambiti della vita economica e sociale, dove c’è pieno di blocchi corporativi, ordini professionali chiusi in un quadro in cui tornano alla mente le gilde medievali. Sostanzialmente si tratta di catene che bloccano la crescita e lo sviluppo dell’economia non a caso sostanzialmente fermi da quasi trent’anni. In sintesi solo attingendo al meglio della cultura liberale, sia nella versione liberal- democratica che nella versione liberal-conservatrice, si possono gettare ed innaffiare semi che aiutino ad aggredire il corporativismo e favoriscano il meglio della vita culturale ed economico-sociale del paese.
Nel quadro di un troppo diffuso presentismo, che amo definire “oggicrazia”, attingere invece al meglio della nostra memoria storica, al meglio della cultura liberale nelle sue varie contaminazioni, può far nascere nuovi fiori nelle nuove aree ancora troppo deserte o occupate da catene e blocchi corporativi del tessuto del paese. Il liberalismo di Amendola, non solo con la sua Unione Democratica Nazionale, lanciata agli albori del fascismo, è un faro che può ancora illuminare la strada al cammino del pensiero liberale. Il suo era infatti un liberalismo ad impronta concretista e legato ad un approccio riformatore fondato su contenuti concreti. Non a caso dalla sua lezione ha preso le tracce un politico che è stato anche un grande alfiere della cultura liberal-democratica già durante la saga del Mondo di Pannunzio, come Ugo La Malfa che fu giovanissimo leader dei Giovani dell’Unione Democratica Nazionale e pupillo di Giovanni Amendola.
Ma le contaminazioni del pensiero e del metodo liberale sono varie e sarebbe molto importante un risveglio anche della cultura liberal-conservatrice che dovrebbe e potrebbe meglio inseminare la destra italiana oggi al potere. Quanto a una maggiore impronta liberale per Forza Italia ci hanno pensato, e ci stanno pensando, gli eredi di Silvio Berlusconi ma sarebbe importante anche una sana spruzzata di pensiero liberale e liberal- conservatore per Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni.
Forse nel 2026 il cielo buio della cultura politica italiana si può quindi illuminare con nuove stelle di liberalismo. Sappiamo bene quanto sia grave da tempo il divorzio fra cultura e politica nel nostro paese, aggravato dalla discesa in campo del dilettantismo tipico dei 5 stelle. C’è poco da cercare. La vera cultura politica idonea ad affrontare le questioni dell’oggi e del domani è quella liberale.
Si è risvegliata inoltre l’attenzione anche sui grandi giornalisti e uomini di cultura di impronta liberal-conservatrice pur con venature anarchiche, come Giuseppe Prezzolini.
Tornando ai centenari, tra cui quello di Gobetti, egli era un liberale atipico, caratterizzato anche da contaminazioni gramsciane e illusioni para-collettiviste, ma è stato il primo da agitatore culturale ed editore a lanciare il concetto della rivoluzine liberale.
Quella rivoluzione liberale su cui ha puntato poi Silvio Berlusconi, non andata in porto pienamente, ma non si può dimenticare che Berlusconi è stato il primo a rendere maggioritario negli anni della repubblica l’approccio e il pensiero liberale.
Occorre
quindi l’impegno del mondo della cultura, della parte liberal-conservatrice soprattutto del mondo della politica, del miglior giornalismo perché davvero il 2026 segni davvero il risveglio della cultura politica liberale.