Telecamere in casa di riposo. Ma non in camera

Primo via libera. Rossini (Korian): «Noi privati le abbiamo già, vorremmo potenziarle»

Sabrina Cottone

Le storie di cronaca, e anche quelle che non arrivano a diventarlo, raccontano che non sempre la vita è facile per gli anziani che vivono nelle case di riposo e le persone che abitano in strutture per disabili. Non solo per la fatica della vita, ma anche per furti e a volte maltrattamenti che colpiscono chi vive situazioni di disagio. Arrivano con questo obiettivo le telecamere di sorveglianza regolate per legge da un progetto approvato in commissione regionale sanità praticamente all'unanimità (astenuti solo i 5Stelle). Installare le telecamere non sarà obbligatorio, ma la commissione chiede di stanziare 3 milioni di euro nel triennio 2017- 2019. Non ci saranno incentivi per l'accreditamento e le telecamere potranno essere installate solo nelle aree comuni, come corridoi e sale d'attesa, con l'accordo dei sindacati. A tutela della privacy, le immagini saranno criptate e l'accesso alle registrazioni sarà possibile solo su autorizzazione dell'autorità giudiziaria.

In Lombardia si trova la metà di tutti i posti di letto delle case di riposo italiane, così è un problema che riguarda circa 50mila persone, residenti in circa 650 strutture tra pubbliche, private, cooperative e fondazioni. E le opinioni raccolte tra gli operatori sono variegate. Claudio Sileo, direttore generale del Trivulzio, che ospita mille persone, è convinto che la legge superi i problemi di privacy: «La denuncia di un furto o di un maltrattamento può essere fatta dall'ospite, dal familiare o anche da noi. Ma anche noi, come azienda, se anche denunciamo, non potremo utilizzare le immagini». Il bisogno di controllo, spiega Sileo, è forte: «Essendo un'azienda grossa, quasi una città, abbiamo bisogno di una videosorveglianza. Immagino che i sindacati siano favorevoli, considerando la realtà del Trivulzio. A volte ci sono casi di denuncia di maltrattamenti non accaduti: chi lavora bene ha tutto l'interesse ad avere le telecamere, anche perché sono solo video. È anche un deterrente»

Paolo Pigni, direttore generale di Fondazione Sacra Famiglia Onlus, spera che sia solo un primo passo: «Condividiamo le finalità del progetto e la volontà di proteggere gli ospiti. Ritengo però fondamentale che tutte le parti in causa siano d'accordo all'utilizzo delle telecamere: dalle Istituzioni ai sindacati fino agli enti che si occupano della cure delle persone in difficoltà». ma soprattutto: «Mi auguro non resti solo un provvedimento isolato, ma un primo passo per rivedere l'attuale imponente sistema di controlli, con logiche di maggiore efficienza a supporto dei pazienti e dei tanti medici, operatori e volontari che tutti i giorni lavorano per il bene delle persone».

Le case di riposo private sono già all'avanguardia nel settore. E anzi Mariuccia Rossini, amministratrice delegata del gruppo Korian, che nella sola Milano ha dieci case già attrezzate con impianti di sorveglianza, è convinta che si potrebbe fare di più, consentendo controlli anche nelle stanze dei pazienti: «Purtroppo, per la privacy non si può mettere la telecamera nella stanza nemmeno se il paziente lo chiede, a meno che non si tratti di letti speciali come per Sla, coma e patologie particolari. In Francia, invece, stanno sperimentando nuovi sistemi con l'oscuramento del viso del paziente, per verificare eventuali cadute in bagno o in camera, soprattutto per pazienti con Alzheimer».

Insomma, non si tratta di soli maltrattamenti: «Purtroppo l'85 per cento dei maltrattamenti avviene a domicilio, anche se fanno meno notizia».

Il progetto di legge arriverà in commissione Bilancio il primo febbraio e in aula il 14 febbraio. Non ci sono dubbi sull'approvazione, qualcuno sull'entità degli stanziamenti.

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