"Io, senza odio dopo il Bataclan"

Antoine Leiris quella notte ha perso la moglie e ora ha scritto un libro: "Quella sera ho perso Hélène, ma nel cuore per me e mio figlio c’è spazio solo per l’amore"

"Io, senza odio dopo il Bataclan"

Partire dall'individuo. È da qui che inizia la resistenza occidentale al terrorismo. Se poi ci si trova a sfoglia un libro che esprime in prima persona il dolore per il terrorismo il tutto diventa più attuale e credibile. Antoine Leiris ha perso la moglie Hélene al Bataclan e si ritrova vedovo con un bambino di appena 17 mesi, Melvil. Ma si rifiuta di cedere alla paura. Racconta la sua storia in un libro in uscita dal titolo: "Non avrete il mio odio" (edito da Corbaccio). E' la riflessione di un uomo che non ha perso la fiducia nello Stato di diritto. Le parole di un uomo ferito nel privato che fa il giro del mondo quando, a poche ore dalla strage del Bataclan, il 13 novembre 2015 a Parigi, si ritrova senza moglie in un attacco terroristico che uccide altre 90 persone. L’unica colpa: assistere al concerto della band americana "Eagles of Death Metal". Colpiti in casa. Nelle pagine emerge un istinto liberale, qualcosa che non vuole cambiare davanti al terrore. Antoine protegge la famiglia. E in questo gesto sembra difendere un’intera civiltà. Gli affetti e i ricordi di una vita passata insieme in sicurezza attorno a un tavolo. La routine, quella bella che non stanca mai. La libertà di una televisione accesa. Il mondo aperto e globale di Internet. Una finestra sul mondo vissuta al sicuro tra le mura domestiche, quando si è tutelati nella proprietà e nel diritto alla riservatezza. Da qui non passeranno. Spesso si mastica pane e libertà senza tirare dentro parole come Stato e società. Spesso ciò che importa è l'hardcore, il nocciolo duro intorno al quale costruire una società aperta chiusa solo agli intolleranti e ai violenti. "Vi distruggeremo, ma senza odiarvi", sembra dire questo giornalista ferito. Seguite i consigli di questo sopravvissuto. La lettera di Antoine Leiris pubblicata su Facebook a poche ora dall'attentato ricorda la moglie, "l'amore della sua vita", vista per l'ultima volta qualche giorno dopo, il 16, nell'istituto medico legale di Parigi. Il 34enne giornalista di Radio France scrive di averla vista "bella come quando l'ha conosciuta 12 anni prima". E' la madre di suo figlio. Ed è qui che parte una riflessione che qualche tempo dopo diventa un libro in cui racconta di essere rimasto da solo a senza paura, né odio: "Insieme siamo più forti di tutte le armate del mondo", scrive pensando a Melvil. Quello che compone è una sorta di diario. Un'estensione della lettera pubblicata a caldo sul social network e che riportiamo qui di seguito.

Sono frasi misurate. Non un trattato di filosofia. Sono parole private di un amore privato. La descrizione di un dolore atroce. E' la fotografia del dolore di un uomo che si ribella all'orrore. E' questo l'ultimo inno di guerra, il più cinico e duro grido di battaglia che la società aperta occidentale può urlare al mondo. Li uccideremo senza odiarli. Li piegheremo a modo nostro: annichiliti dalla forza della libertà. Italia e Francia sono pronte a sbarcare in Libia pronte a sostenere il governo di Serraj anche per lui. Il contingente non dovrebbe superare le 300 unità. Un piano di difesa fuori dai confini Sud dell'Europa. Nessun arrocco. Nessuna rinuncia, insomma.

L'obiettivo è allontanare il fronte anti-Isis dal Vecchio Continente. Senza paura, ma con l'unico intento di blindare i Paesi colpiti dagli integralisti dal rumore sordo di questa guerra. L’ultimo attacco alla libertà individuale e alla sua storia.

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