“Non so nulla di alcuna inchiesta su Powell, ma non è bravo alla Fed”. Con questa frase, pronunciata davanti ai giornalisti, Donald Trump ha rilanciato il suo attacco frontale al presidente della banca centrale statunitense, Jerome Powell, in un contesto che segna una delle più gravi escalation istituzionali degli ultimi decenni negli Stati Uniti.
Nelle stesse ore, Powell ha confermato che il Department of Justice ha notificato alla Federal Reserve una serie di subpoenas e ha ventilato l’ipotesi di un’incriminazione penale legata alla sua testimonianza resa in giugno davanti alla Commissione bancaria del Senato. Al centro dell’attenzione c’è il controverso progetto di ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari di due edifici storici della Fed a Washington. Trump ha precisato che la citazione in giudizio non ha nulla a che fare con i tassi di interesse. "Ciò che dovrebbe metterlo sotto pressione è il fatto che i tassi sono troppo alti. È l'unica pressione che ha", ha detto Trump. Secondo il presidente americano Powell "ha fatto del male a molte persone" e "credo che l'opinione pubblica gli stia facendo pressione".
Secondo Powell, tuttavia, l’iniziativa giudiziaria non avrebbe nulla a che fare né con la sua deposizione né con il merito del progetto. “Questa nuova minaccia non riguarda la mia testimonianza dello scorso giugno né la ristrutturazione degli edifici della Federal Reserve”, ha dichiarato, rompendo per la prima volta il silenzio che aveva mantenuto di fronte alle critiche personali e politiche del presidente. “La Fed ha fatto tutto il possibile per tenere informato il Congresso. Questi sono solo pretesti”, ha aggiunto, accusando apertamente l’amministrazione di voler minare l’indipendenza dell’istituto nella definizione della politica monetaria.
Tre ex presidenti della Federal Reserve, Janet Yellen, Ben Bernanke e Alan Greenspan, hanno firmato una dichiarazione congiunta a sostegno di Powell. La dichiarazione è stata sottoscritta anche da quattro ex segretari del Tesoro (Timothy Geithner, Jack Lew, Henry Paulson e Robert Rubin). "L'indagine penale avviata nei confronti del presidente della Federal Reserve, Jay Powell, rappresenta un tentativo senza precedenti di utilizzare attacchi giudiziari per minare tale indipendenza", hanno affermato i firmatari.
Si apre, intanto, la fronda repubblicana al Senato. Il senatore repubblicano Thom Tillis, membro della Commissione bancaria del Senato, ha avvertito che l’eventuale incriminazione rischia di compromettere “l’indipendenza e la credibilità” del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Tillis, che non si ricandida quest’anno, ha annunciato che si opporrà a qualsiasi nomina finché la vicenda giudiziaria non sarà chiarita. Alla sua posizione si è associata la senatrice Lisa Murkowski, avvertendo che una perdita di indipendenza della Fed avrebbe ripercussioni sulla stabilità dei mercati e dell’economia.
L’impatto sui mercati è stato immediato. A Wall Street l’apertura di settimana è avvenuta in territorio negativo: il Dow Jones ha ceduto oltre mezzo punto percentuale, lo S&P 500 e il Nasdaq hanno seguito con ribassi più contenuti. Gli investitori si sono rifugiati nei beni considerati più sicuri: l’oro ha toccato un nuovo massimo storico sopra i 4.
630 dollari l’oncia, mentre l’argento è salito a 85,72 dollari. Gli analisti avvertono che un conflitto prolungato tra Casa Bianca e banca centrale potrebbe tradursi, nel tempo, in un aumento dei costi di finanziamento per famiglie e imprese, a partire dai mutui.