Addio Stati Uniti d'Europa Juncker: "Colpa dei cittadini"

Il presidente della Commissione Ue: «Non ci saranno mai, nazioni e popoli amano le proprie tradizioni»

Addio Stati Uniti d'Europa Juncker: "Colpa dei cittadini"

Roma - Gli Stati Uniti d'Europa? Scordateveli. E il federalismo, un'Unione forte, il superamento dei confini? Un'illusione, un sogno che potete rimettere nel cassetto. Anzi, «bisogna essere chiari: dobbiamo proprio smettere di parlarne, perché non succederà mai». E di chi è la colpa, dei governi, delle capitali che non vogliono perdere potere, della burocrazia di Bruxelles? No, spiega Jean-Claude Juncker, è «dei cittadini». Cioè nostra, di noi europei che «amiamo la diversità e le tradizioni».

Insomma, abbiamo scherzato. Per sessant'anni, dai Patti di Roma in poi, abbiamo creduto a una favola. Abbiamo celebrato Spinelli e Adenauer, che adesso possono riposare in pace. Ci sarebbe quasi da ridere se non ci fosse seriamente da preoccuparsi, visto che a sostenere la tesi non è un passante qualsiasi, ma il presidente della Commissione Ue, politico di lunghissimo corso, il numero uno dell'esecutivo dell'Europa.

Il re è nudo? «Credo sia venuto il momento di chiarire alcune cose», dice Juncker parlando all'istituto Jacques Delors, a Parigi. «Molte volte quelli che ci osservano non capiscono quello che facciamo. Ci sono molte ragioni per questo, ma c'è un fraintendimento di fondo: dobbiamo smetterla di parlare di Stati uniti d'Europa. Non possiamo indurre in errore i cittadini: noi non avremo mai gli Stati Uniti d'Europa, perché i cittadini europei non li vogliono».

Nel discorso del presidente Ue non c'è traccia di autocritica e nemmeno di speranza. «Le realtà nazionali vanno rispettate, l'Europa non si può costruire contro la volontà delle nazioni. E le nazioni non sono un evento provvisorio della Storia, ma sono fatte per durare». Ancora: «I popoli d'Europa hanno bisogno di una prossimità immediata. Amano la loro terra, amano il paesaggio e le loro tradizioni. Amano un continente fatto di diversità». E invece hanno l'impressione «che l'Ue sia sulla via di destatizzare l'Europa», omogeneizzarla. Quindi resistono.

Non un cenno alla burocrazia, alle quote, ai marchi, alla gestione delle migrazioni, ai vincoli economici, agli ostacoli alla crescita. Non una parola sulle vere cause del grande gelo, del disincanto della gente nei confronti delle istituzioni comunitarie. Solo una dichiarazione di resa. «Il leit motiv della mia Commissione è che l'Ue deve essere grande e ambiziosa sulle grandi sfide del nostro tempo e piccola, persino timida, sulle cose piccole. L'Unione, e quindi la Commissione, non hanno il diritto di intromettersi in tutti gli ambiti della vita dei cittadini, che non sanno chi ha deciso che cosa». Come se non lo facessero già.

Un po' meno arrendevole Juncker si mostra su altri argomenti. Come i rapporti con Londra: «Vedo manovre ma dobbiamo essere intransigenti. Non tollereremo trattative tra Stati. Se il Regno Unito vuole avere libero accesso al mercato interno, tutte le regole e le libertà che riguardano il mercato interno - circolazione di merci, capitali, servizi e persone - devono essere rispettate integralmente.

Non si può stare con un piede dentro e l'altro fuori». O quelli con Washington: «Non ci inginocchieremo davanti agli americani nell'ambito del negoziato sul Ttip. Però, aggiunge, «non dobbiamo trascurare le opportunità che ci offre il commercio internazionale».

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