Emiliano-romagnoli, una razza incendiaria stanca della politica

La vittoria di Bonaccini, con astensionismo record sigla la fine della grande febbre rossa nella regione già anarchica e mazziniana. In Romagna sono nati sia Mussolini sia Nenni

Emiliano-romagnoli, una razza incendiaria stanca della politica

L'altro giorno mi sono svegliato in Emilia-Romagna e sono andato a letto in Calabria-Romagna. In poche ore, il tempo di una consultazione elettorale certo non fra le più sentite della storia d'Italia, senza spostarmi di un millimetro mi sono ritrovato nella terra dell'astensione, anzi, diciamolo pure, del menefreghismo politico. Atteggiamento che fino a ieri contrassegnava il Sud e in particolare la regione più meridionale della penisola. Ma stavolta Reggio Calabria ha votato più di Reggio Emilia (44 contro 35%) e allora è davvero finito unmondo: il mondo delle affluenze oceaniche e delle percentuali bulgare, il mondo delle file ai seggi elettorali e agli stand gastronomici delle feste dell'Unità, il mondo delle case del popolo e delle case popolari, il mondo dei comizi in piazza e della folla ubriaca di bandiere e parole d'ordine. In una parola, il mondo della partecipazione.

Un mondo che non rimpiango affatto innanzitutto perché era un partecipare a qualcosa di sbagliato, a un'ideologia di miseria e di morte (sebbene negli ultimi tempi molto diluita), e che però ricordo perché ho fatto in tempo a conoscere pur non avendo cent'anni. Io per la verità, a Bologna, a Reggio Emilia e a Parma, le tre città emiliane dove sono cresciuto, ho abitato quasi sempre in centro storico, la porzione urbana tradizionalmente più conservatrice, insomma Dc. A essere rosse, quasi totalmente rosse, erano le periferie, le frazioni, le borgate perse nella pianura ossia in quello che era stato il triangolo della morte. L'emiliano Guareschi negli anni Quaranta lo definiva «il Messico d'Italia», per dirne la violenza degna dell'America Latina. Non se ne parla più di questa vergogna nazionale. I vertici della tragica figura geometrica sono stati collocati dagli storici in località diverse ma sempre rigorosamente emiliane.

Si considera particolarmente mortifero il territorio compreso fra Bologna, Ferrara e Reggio, all'interno del quale, nell'immediato dopoguerra, i partigiani comunisti uccisero a sangue freddo migliaia di non comunisti. Non solo fascisti o ex fascisti ma anche, anzi, soprattutto, partigiani cattolici, militari del Regio Esercito che magari avevano combattuto contro i tedeschi ma che però non condividendo il culto di Stalin non avevano diritto di vivere, oltre che ovviamente preti e seminaristi (Rolando Rivi aveva appena quattordici anni). E perfino un sindaco socialista siccome in politica il peggior nemico è spesso il politico più prossimo.

Era questo il terreno intriso di sangue su cui prosperò per decenni la malapianta del Partito comunista che in certi paesi della Bassa superava il 70% dei consensi. Un altro scrittore emiliano, Paolo Nori, qualche anno fa descrisse Fabbrico in questo modo: «Paese che come sua caratteristica ne ha due, una che ha un tasso di comunismo che si avvicina al novantacinque per cento, dico per dire ma credo di non sbagliare di tanto, l'altra caratteristica me l'ha detta al telefono un mio amico che a Fabbrico, ha detto, ci sono stati i primi naziskin emiliani, che erano quattro e eran di Fabbrico».

Niente di sorprendente per chi conosce un po' di storia del Novecento e sa che da queste parti sono esplosi sia il fascismo che l'antifascismo. Benito Mussolini era romagnolo di Predappio e Pietro Nenni era romagnolo di Faenza: si incontrarono a metà strada, a Forlì, ma non in piazza bensì nel carcere cittadino dove entrambi erano ospitati perché a quel tempo stavano dallo stesso lato della barricata. Il futuro Duce e il futuro segretario del Partito socialista allora la pensavano allo stesso modo e solo in seguito alimentarono i cosiddetti opposti estremismi. Che ebbero fra l'Appennino e il Po, tra il Sangiovese e il Lambrusco, la loro culla. Fra i capi dello squadrismo e poi del fascismo ci furono il bolognese Leandro Arpinati, il ferrarese Italo Balbo, l'imolese Dino Grandi, infine capofila degli antimussoliniani nella notte del Gran Consiglio; tra i fondatori del Partito socialista c'erano stati il reggiano Camillo Prampolini e l'imolese Andrea Costa. Nel 1922 il quadrumviro Balbo proprio nella sua Emilia trovò l'unica resistenza seria, quando gli antifascisti parmigiani alzarono le barricate in Oltretorrente e fermarono le sue squadracce.

Sì, lo so, sembra di parlare dello scontro fra Orazi e Curiazi. Ancora più remota, ancora più archeologica è la parabola del ribellismo ottocentesco, quello animato dagli anarchici e dai mazziniani, figuri imbevuti di odio come il romagnolo Felice Orsini che tentò di assassinare Napoleone III (riuscì solo a uccidere 12 passanti incolpevoli) e l'emiliano Antonio Carrà che pugnalò a morte il duca di Parma Carlo III. Oggi cosa resta di tutta questa spaventosa passione? Niente, non resta niente. Naturalmente è un bene, non sono di quelli convinti che si stesse meglio quando si stava peggio. Dal punto di vista politico in Emilia si sta senz'altro meglio oggi: se la pensi diversamente da Bonaccini non rischi di finire strangolato come capitò ai sette fratelli Govoni nel 1945.

Però non è un bene che sentimenti e risentimenti politici che furono di massa non si siano estinti per una conversione a ideali migliori ma solo per invecchiamento o per calcolo. L'altro giorno non ho assistito a una mutazione antropologica, per usare un'espressione di Pasolini, bensì a un antropologico crollo. Hai voglia a minimizzare come fanno Renzi e i renziani: è stato un voto epocale che ha seppellito un mondo che era moribondo da tempo ma che ancora non sapeva di esserlo. Il misero mezzo milione di voti che è bastato al neopresidente per prendere possesso del suo ufficio in Regione (sarebbe questa la democrazia?) proviene dai pensionati Cgil, quelli che a Bologna vengono chiamati «umarell», e dai dipendenti pubblici, parapubblici e cooperativi che hanno voluto difendere le loro piccole o grandi rendite contro ogni pur vaga ipotesi di libero mercato e libero lavoro.

Ah, no, dimenticavo, dell'Emilia-Romagna che c'era e ormai non c'è più restano le vie Tito, Rivoluzione d'Ottobre, Unione Sovietica che ancora avviliscono tante periferie emiliane (crederò alla rottamazione renziana quando verrà rottamata questa toponomastica da Paese satellite, da Germania dell'Est).

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