Erdogan all'ultimo ostacolo prima della dittatura islamica

L'opposizione denuncia pressioni di ogni tipo e brogli pianificati. Il direttore del giornale laico "Cumhuriyet" minacciato di ergastolo

«L a democrazia è un treno da cui scendere una volta a destinazione». L'emblematica battuta, pronunciata da Recep Tayyip Erdogan, risale alla metà degli anni Novanta quando l'attuale presidente turco era sindaco di Istanbul. Vent'anni dopo il suo viaggio sembra volgere effettivamente al termine. L'ultima fermata coincide con le elezioni parlamentari di domenica prossima. Se l'Akp, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo da lui fondato conquisterà la maggioranza assoluta, il gioco sarà fatto. Il presidente potrà scendere dallo scomodo treno ed attendere le modifiche costituzionali necessarie a trasformarlo in un autentico Sultano.

Certo la vicinanza dell'agognata meta sembra fargli dimenticare la sorniona prudenza esibita per oltre un ventennio. Altrimenti non si spiegherebbe la veemenza con cui pretende la condanna all'ergastolo per Can Dundar, il direttore di Cumhuriyet colpevole di aver pubblicato sul sito internet del quotidiano le immagini di un carico di armi con destinazione Siria che i servizi segreti di Ankara intendevano distribuire ai terroristi dello Stato Islamico e del gruppo qaidista di Jabat Al Nusra. Ma nonostante la gravità di uno scoop decisivo per avvalorare i sospetti di chi da tempo accusa la Turchia, Paese membro della Nato, di armare il Califfato, il presidente turco non sembra imbarazzato. Anche stavolta, come già in passati scandali, l'unica sua preoccupazione sembra quella d'infliggere una punizione esemplare al giornalista colpevole di averlo sbugiardato.

Stando a Dundar il presidente turco avrebbe già chiesto ai magistrati amici di procedere contro di lui per «crimini contro il governo» e «diffusione di informazioni riguardanti la sicurezza nazionale». Due accuse che potrebbero costargli un doppio ergastolo. Lo spregiudicato utilizzo della magistratura, diventata lo strumento preferito per imbavagliare giornalisti ed opposizione, è poca cosa rispetto ai brogli elettorali organizzati, secondo un'attendibile gola profonda, per conquistare la maggioranza e ritoccare la Costituzione. Fuat Avni, pseudonimo dietro il quale si cela un misterioso infiltrato assai vicino ai gangli del potere e già protagonista d'imbarazzanti rivelazioni, ha pubblicato su twitter i nomi di 324 scrutatori pagati dall'Akp e incaricati di truccare il voto di domenica. A loro spetterebbe il delicato compito di tenere sotto la soglia del 10 per cento il partito curdo dell'Hdp garantendo così la sua esclusione dal Parlamento e la ripartizione tra i candidati dell'Akp della maggior parte dei di seggi a lui destinati.

Non pago di questa prima mossa il misterioso Fuat Avni minaccia di pubblicare le generalità di altri 3.500 «ladri di voti al servizio dell'Akp» se gli uomini di Erdogan «non rinunceranno ai loro piani». I sospetti di pesanti frodi elettorali erano già emersi durante le amministrative del 2014. Allora le operazioni di spoglio erano state interrotte da un black out assai sospetto attribuito dal ministro dell'energia Taner Yildiz ad un gatto entrato in una centralina elettrica.

Per rispondere alla minaccia di brogli le donne curde stanno postando su twitter migliaia di foto in cui mostrano le spalle al presidente e replicano la clamorosa protesta di domenica scorsa quando centinaia di militanti curde hanno atteso voltate dalla parte opposta il passaggio del convoglio elettorale di Erdogan. Per tutta risposta l'aspirante sultano grida alla cospirazione e accusa New York Times , Bbc e tutta la grande stampa internazionale scesa in campo a favore della libertà di pensiero di guidare una crociata contro la rinata Turchia musulmana. «Vogliono - sostiene Erdogan puntando sui sentimenti del revanscismo islamista - indebolire la Turchia, dividerla e disintegrarla per poi dominarla. Ma non ci riusciranno. Noi non glielo permetteremo».

E per meglio galvanizzare il suo elettorato di riferimento, che non bada a sottigliezze e gradisce vedersi indicare sempre nuovi nemici dal suo aspirante sultano, ieri Erdogan si è scagliato in un comizio contro vari altri «esponenti della sedizione», come li ha definiti: gli armeni, dipinti come una lobby dagli oscuri disegni antinazionali; gli omosessuali che offendono la legge di Allah; e

gli aleviti, membri di una setta musulmana talmente moderata da essere additati da Erdogan quali atei mascherati. Nello Stato dittatoriale e oscurantista che si prepara a costruire non ci potrebbe essere colpa più infame.

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