La guerra a Putin finirà per costarci tre miliardi

Renzi ha perso l'occasione per dire no alle sanzioni Ue che penalizzano le nostre aziende. L'alleanza con la Russia è cruciale per fronteggiare l'emergenza islamica

La guerra a Putin finirà per costarci tre miliardi

«Want to know Vladimir Putin's secrets? They're all right on his face», titolava Reuters il 10 giugno. E la faccia del presidente Putin a sera, quando all'aeroporto di Fiumicino ha incontrato Silvio Berlusconi, era raggiante, distesa. Dopo una giornata tutta italiana, cominciata a Milano con Matteo Renzi e continuata a Roma con Papa Francesco e il presidente Mattarella, si è tolta la giacca, il presidente russo, e in un'atmosfera di relax ha abbracciato il nostro ex premier.

Un'immagine del tutto diversa da quelle della mattina a Milano, quando il presidente russo si era mostrato freddo e distaccato nei confronti del presidente (si fa per dire) del Consiglio italiano. D'altronde, il Renzi di mercoledì che cercava lo sguardo di Putin a Expo, era lo stesso Renzi che il weekend prima, al G7, aveva condiviso le dichiarazioni di fuoco contro la Federazione russa del presidente Obama. Come può, Putin, fidarsi di un uomo così?

Mercoledì, Renzi ha perso la sua grande occasione per porsi come grande statista sullo scenario internazionale: annunciare una posizione netta dell'Italia contro le sanzioni economiche alla Federazione russa. Non per una questione di empatia con il presidente Putin ma per difendere l'interesse delle migliaia di imprese italiane che da gennaio a oggi hanno perso quasi un miliardo in esportazioni: -30%, rispetto al 2014. Cifra che, proiettando il trend sui dodici mesi, raggiungerà i 3 miliardi. E le nostre vendite verso la Federazione russa torneranno ai livelli del 2009. Un salto indietro di sei anni in un anno solo.

Questa posizione lungimirante, di buonsenso e di logica economica l'ha assunta Silvio Berlusconi. Una posizione win-win : positiva per l'Italia, che recupera le sue esportazioni e ridà fiato alle imprese; positiva per la Federazione russa che, secondo le stime più aggiornate, registrerà nel 2015 un Pil negativo di 4 punti, proprio a seguito delle sanzioni; oltre a subire un drastico calo del potere d'acquisto del rublo: oggi per acquistare un euro ne occorrono 62, un anno fa 47.

È oggettivamente fuori luogo, se non pura propaganda, riproporre oggi un'idea di guerra fredda tra l'Impero sovietico e l'Alleanza atlantica. Oggi questo conflitto non ha più senso. Le sanzioni sono una forma di guerra commerciale che ha senso solo se chi la attua è disposto ad accentuarne l'intensità mettendo in conto anche un conflitto bellico vero e proprio. In caso contrario, sono un azzardo utile a procurare vantaggio a una parte sola. A pagare il conto delle sanzioni sono la quasi generalità degli Stati europei, mentre ad averne un ritorno positivo sono gli Usa e il Regno Unito (quest'ultimo grazie alle triangolazioni con i Paesi del Commonwealth), i più determinati nell'imporre le sanzioni.

Berlusconi e gli imprenditori questo l'hanno capito. Matteo Renzi no. Per questo mercoledì l'uno si è ancora una volta distinto come uomo di Stato e l'altro solo come comparsa. Non finisce qui. Da mercoledì, Putin e Berlusconi hanno un alleato in più: Papa Francesco. Celebrare nello stesso giorno la Pasqua a Roma, Costantinopoli e Mosca, più che una questione di calendario, è un segno di apertura del Vaticano a est. Un passo verso l'unità delle comunità cristiane. Ma l'obiettivo del Pontefice è ben più ampio: accompagnare alla riconciliazione religiosa la riconciliazione politica. Evitare un inasprimento dei rapporti tra est e ovest del mondo. È questo il motivo per cui, ancora prima di scrivere, venerdì, al patriarca di Costantinopoli e a quello di Mosca, Papa Francesco ha incontrato mercoledì a Roma Putin. «Nel mondo tutto è interconnesso», aveva detto il presidente russo sabato 6 giugno al Corriere , prima della sua visita in Italia. «Occorre impegnarsi in un sincero e grande sforzo per realizzare la pace» sarà il tema al centro della prossima enciclica del Papa. Una base di partenza comune: riconoscere l'importanza del dialogo mondiale, dalle guerre all'immigrazione, dall'Ucraina alla Libia e al terrorismo internazionale. Se vogliamo risolvere i problemi globali non possiamo riaprire la guerra fredda con la Russa.

Ripetiamo: è la linea di Papa Francesco; è la linea di Vladimir Putin; è la linea di Silvio Berlusconi, che per primo l'aveva inaugurata il 28 maggio 2002 a Pratica di Mare, con la firma della Dichiarazione di Roma, che apriva le porte dell'Alleanza atlantica, la Nato, alla Federazione russa. Di cos'altro c'è bisogno? Si riparta da quel faro, lo si riaccenda per illuminare il presente.

Esiste la necessità morale e storica, cui si connette una responsabilità verso la pace nel mondo, sancita dalla nostra Costituzione, che impone passi coraggiosi e sensati per non chiudere le speranze di un avvenire pacifico e prospero per tutto il continente. L'Italia, accettando passivamente e contro la sua vocazione e il suo interesse nazionale le sanzioni contro Mosca, ha rinunciato a un ruolo di protagonista, di ponte d'amicizia tra America, Europa e Federazione russa.

Recuperare questo ruolo è tanto più importante per una lotta comune contro il terrorismo islamico, e per fermare così lo tsunami d'immigrazione che sta invadendo l'Italia. Sono due facce della stessa medaglia. È, infatti, chiaro che senza la collaborazione fattiva con la Federazione russa non si può dare pace e ordine sullo scacchiere Medio orientale.

Mantenere e insistere sulle sanzioni contro la Federazione russa taglia via uno dei due polmoni dal corpo unico del nostro continente. La responsabilità dell'Italia è anzitutto di rispettare la sua tradizionale attitudine a essere un ponte di pace con la Federazione russa. Tanto più ora che rapporti sereni e positivi con Mosca hanno dimostrato di garantire un interscambio commerciale florido, flussi turistici e tranquillità energetica. Inoltre, già nei prossimi anni la Cina avrà un reddito pro capite, seppur corretto per la diversità del potere di acquisto, superiore a quello degli Stati Uniti. Sarà pertanto inevitabile che a questo cambiamento degli equilibri economici di fondo corrisponda nel tempo un identico cambiamento nei rapporti politici. Di fronte a una situazione così complessa e difficile, è certamente necessario che l'Unione europea mantenga rapporti stretti con l'alleato americano, ma al tempo stesso non può assecondarlo nelle sue pulsioni interventiste, com'è avvenuto in passato a proposito dell'Irak o della Libia. I rapporti con la Federazione russa devono quindi rispondere a una logica inclusiva. Questi sono i sentimenti prevalenti nel popolo italiano. E mercoledì con Putin li hanno interpretati Berlusconi e il Papa, non Renzi.

Ultima osservazione. «Perché è cosi difficile in Russia fare l'opposizione?», è stato chiesto a Putin dal Corriere . «Nella lotta con gli avversari - ha risposto - si ricorre a diversi mezzi. Basta ricordare la recente storia dell'Italia». Il complotto del 2011 è un'altra immagine nitida nella mente del presidente russo. Forse Berlusconi è stato fatto fuori per questo. Quel ponte che tanto servirebbe oggi tra Europa, Stati Uniti e Federazione russa, auspicato anche dal Papa, lo stava costruendo.

Ma a qualcuno non andava bene e hanno scatenato contro di lui l'inferno. Adesso ci sta riprovando un altro Pontefice. Pace con Putin e lotta al fondamentalismo islamico dell'Isis sono due facce della stessa medaglia. Ci rifletta il presidente (si fa per dire) Renzi.

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