Ha 5 ergastoli: candidato al Nobel per la pace

Il terrorista Barghuti è l'incredibile scelta dell'Autorità palestinese

Ha 5 ergastoli: candidato al Nobel per la pace

Le proposte provocatorie nella storia del Nobel per la pace sono quasi una tradizione, ma stavolta l'Autorità palestinese ha davvero superato i limiti della decenza: ha proposto di conferire il premio a Marwan Barghuti, l'ex capo della milizia terroristica Tanzim oggi detenuto nelle carceri israeliane con cinque ergastoli sulle spalle per altrettanti assassinii per cui è stata dimostrata la sua diretta responsabilità, oltre che per decine di altri morti provocati dalla sua organizzazione. L'obbiettivo dichiarato dell'iniziativa è di ottenere un riconoscimento internazionale della teoria secondo cui i palestinesi hanno il diritto di attaccare e uccidere civili israeliani in qualunque luogo e momento, e nel farlo compiono comunque qualcosa di eroico e positivo. A sostegno della candidatura di Barghuti, l'Autorità palestinese cita la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 3236 del 1974, con cui le Nazioni Unite (dominate, da sempre, da una maggioranza filoaraba) «riconoscono il diritto del popolo palestinese di recuperare i propri diritti con tutti i mezzi». Peccato che, nell'interpretare queste parole come un'autorizzazione a usare la violenza e gli assassinii indiscriminati ignori la seconda parte della frase, che recita «purché siano conformi agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite» (che, naturalmente vieta di prendere di mira i civili). Purtroppo la richiesta di premiare Barghuti è soltanto la punta di lancia di una campagna di istigazione all'odio e alla violenza da parte sia dell'Autorità palestinese di Abu Mazen, sia dei suoi rivali di Hamas.

Una campagna che si traduce nella glorificazione di tutti coloro che hanno compiuto attentati contro cittadini israeliani: sono celebrati come martiri e a loro vengono intestate piazze, scuole e circoli sportivi. Proprio in questi giorni è stato celebrato l'anniversario di un attentato di 14 anni fa in cui una giovane donna, Andalib Takatka, si fece esplodere uccidendo 6 israeliani, è stata accolta come un'eroina dopo due mesi di detenzione in un carcere minorile israeliano la dodicenne Dima, che aveva cercato di accoltellare un israeliano, e a Gaza il capo di Hamas Haniyeh ha inaugurato in piazza una riproduzione dell'autobus israeliano fatto saltare di recente a Gerusalemme, a dimostrazione che «il popolo palestinese non ha rinunciato all'opzione della resistenza armata». Questa forma di lavaggio del cervello sembra avere successo soprattutto nelle scuole della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, perché una proporzione sempre maggiore di protagonisti della intifada dei coltelli, che in sette mesi è costata la vita a 30 israeliani, sono minorenni, uno su dieci addirittura di età inferiore ai 15 anni. L'ultimo caso è di ieri, quando due quattordicenni armate di pugnali sono state bloccate prima che aggredissero un soldato di guardia a un posto di blocco. Il Jerusalem Post ha fatto notare come, mentre promuovono gli attacchi, i leader palestinesi, da Abu Mazen allo stesso Haniyeh, mandino sistematicamente i loro congiunti a farsi curare negli ospedali di Israele, il Paese che vorrebbero eliminare.

Ma, soprattutto, gli israeliani non capiscono come l'Occidente non si renda conto che, fino a quando i palestinesi perseguono la violenza in questa misura, è impossibile riprendere con loro trattative di pace; e presentare, come ha fatto la Francia, al CDS risoluzioni che impongano una soluzione negoziata non fa che rafforzare le posizioni dei più intransigenti, che pretendono di ottenere un loro Stato senza neppure rinunciare all'obbiettivo della «eliminazione dell'entità sionista».

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