I giudici sconfiggono Di Maio I rider non sono "subordinati"

Respinto il ricorso di uno studente assunto dalla Glovo e poi licenziato in quanto "collaboratore occasionale"

I giudici sconfiggono Di Maio I rider non sono "subordinati"

Egiziano, ventiquattro anni, studente-lavoratore: uno delle migliaia di rider, i fattorini a domicilio che il vicepremier Luigi Di Maio ha eletto a categoria-simbolo dello sfruttamento postcapitalista, annunciando un decreto per costringere le aziende ad assumerli in blocco. Il giovane rider milanese non ha aspettato il decreto per provare a conquistare il posto fisso: ha fatto causa alla sua azienda, la spagnola Glovo, uno dei colossi mondiali del settore, che in Italia con i suoi oltre duemilacinquecento rider (anzi «glover») copre udici città consegnando non solo pizze e sushi ma anche merci e documenti. Ed è stato sconfitto: il giudice del lavoro gli ha dato torto, con una sentenza che irrompe nel dibattito politico e sindacale sulle tutele da riconoscere ai lavoratori della «new economy».

La sentenza è stata depositata ieri, e le motivazioni verranno rese note solo tra due mesi. Ma è chiaro fin d'ora che la vicenda riassumeva in modo esemplare gli scenari su cui si affrontano tesi e controtesi. Il ragazzo diceva di avere lavorato come co.co.co, ovvero collaboratore continuativo, nonostante fosse in tutto e per tutto alle dipendenze della Glovo: stipendio orario e non a consegna, ordini precisi, controllo diretto tramite gps dei suoi spostamenti e delle sue prestazioni; aggiungeva che per avere rifiutato un trattamento ancora peggiore era stato lasciato dall'inizio dell'anno scorso senza un contratto, e che dopo essere stato tamponato durante una consegna ed essere finito in ospedale era stato di fatto licenziato, nella forma innovativa che si usa oggi: non gli avevano rinnovato le credenziali per la app da cui riceveva ordini.

Il legale della Glovo, Francesco Tanca, aveva replicato che mancava qualunque caratteristica del lavoro subordinato: era il rider a decidere quali giorni e quante ore lavorare, poteva stare a casa senza preavviso, persino lavorare per aziende concorrenti. E che il declassamento da co.co.co a «collaboratore occasionale» era stato deciso per lui e per altri dipendenti soltanto perché la quantità di ore che dedicavano al lavoro era talmente esigua da non poterli qualificare come «continuativi».

Non è stato un processo semplice, il giudice ha voluto vederci chiaro. A far pendere la bilancia, pare siano state anche le dichiarazioni rese in aula da una serie di altri rider, citati dalla Glovo come testimoni, e che avrebbero confermato di godere della «libertà assoluta» di gestione del proprio carico lavorativo di cui parlava l'avvocato Tanca nelle sue argomentazioni difensive. Certo, ora il «glover» licenziato potrà fare ricorso in appello. Ma intanto la sentenza costituisce un nuovo precedente - sulla scia di altre sentenze analoghe emesse nel recente passato - in un terreno dove le regole si stanno definendo un po' per volta. La Glovo schiva il rischio di una decisione che avrebbe portato altri rider a seguire l'esempio del collega; e anche se evita toni trionfali, il giovane country manager dell'azienda, Matteo Pichi - un bocconiano che aveva creato la Foodinho, piccola e vivace startup presto notata e comprata dagli spagnoli - non nasconde la sua soddisfazione: «Prendiamo atto della decisione del giudice, che ci aiuta a portare avanti la nostra idea. Siamo convinti del modo in cui abbiamo portato in Italia il nostro business plan, e la sentenza ci dà ragione».

Delle conseguenze che un sentenza di segno opposto avrebbe avuto sugli affari del gruppo, e dell'impatto che avrebbe su di esso il decreto annunciato da Di Maio, Pichi si esprime con cautela: «Direi che per adesso stiamo alla finestra. Certo, i rider sono il cuore del nostro business plan e se dovessimo modificare in modo importante il modo in cui li gestiamo sarebbe l'intero business plan a dover essere ridisegnato».

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