Ricerca choc: dagli stranieri più reati

Altro che accoglienza a ogni costo: gli immigrati delinquono in media 4 volte in più

Massimo Malpica

Roma La parola d'ordine è «accoglienza», sempre e comunque. Quando si parla di immigrazione prevalgono - spesso da entrambe le parti - gli slogan sui fatti (per non dire del business). E l'Unione europea in particolare ha fatto una bandiera della politica solidale e inclusiva, per quando spesso più a parole che con i fatti, come dimostrano tra l'altro le forti resistenze ai ricollocamenti dei migranti tra i paesi membri, fermi dopo mesi a cifre ridicole rispetto alle decine di migliaia promesse alla fine del 2015.

Ma il vero tabù è quello della sicurezza: dire che gli stranieri delinquono più degli italiani non solo passa per strumentalizzazione populista, ma pure come menzogna tout court. Persino il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, qualche mese fa, in un'intervista a Qn s'era spinto a dire che «la percentuale di reati commessi da stranieri rispetto agli italiani è diminuita», attaccando «l'asimmetria tra la realtà e la percezione della sicurezza tra i cittadini», alimentata secondo il titolare del Viminale «da quelle forme di populismo che speculano sulle paure e scommettono sulle sconfitte dello Stato per mero ritorno elettorale». Il problema è che, dietro allo schermo delle parole, la realtà è un'altra. È vero che i reati - in tutta la Ue tra l'altro - sono in calo, nonostante l'aumento dei flussi migratori. Ma è anche vero che gli stranieri sono l'8,3 per cento della popolazione residente in Italia, mentre nelle carceri del Bel Paese «pesano» molto di più (intorno al 32 per cento, 17mila stranieri su 52mila detenuti secondo le statistiche del giugno di un anno fa). Il tutto anche al netto delle valutazioni delle tipologie di reato, che non saranno i più gravi e violenti (prostituzione, traffico di droga e furti quelli per cui la maggior parte degli extracomunitari finiscono dietro le sbarre) ma certo destano allarme sociale, quello bollato dal ministro Alfano come «percezione asimettrica della sicurezza».

Asimmetrica o meno, questa percezione si basa su dati reali, come peraltro dimostra anche l'elaborazione della Fondazione David Hume di Luca Ricolfi, che ha messo in fila i tassi di criminalità relativi tra stranieri e nativi nei Paesi Ue, sottolineando come «in media gli stranieri delinquono 4 volte di più. con punte di 12 in Grecia, 7 in Polonia, 6 in Italia, 5 nelle civilissime Svezia, Austria, Olanda». Quanto basta, ricorda ancora Ricolfi, per poter spiegare la diffidenza del «popolo» verso l'«élite illuminata che lo rispetta quando fa la cosa giusta, e ne prende commiato quando fa quella sbagliata», offrendo così una diverso - e meno snob - lettura del sorprendente risultato del referendum britannico che ha visto prevalere la «Brexit». Paradossalmente, peraltro, i dati elaborati dalla Fondazione David Hume mostrano come proprio nel Regno Unito il sentimento di paura e di insicurezza verso gli stranieri sia meno motivato, con un tasso di criminalità degli immigrati appena superiore (1,3/1) rispetto ai sudditi di Sua Maestà.

Ma tant'è, come ricorda il politologo Ricolfi, il problema è probabilmente l'approccio imposto da Bruxelles in risposta alle paure del «popolo» verso il massiccio aumento dei flussi migratori.

«A tutto ciò - scrive Ricolfi - l'Europa civile e illuminata ha saputo opporre soltanto l'imperativo morale dell'accoglienza, il valore superiore dell'inclusione sociale, e talora anche il disprezzo per chi ha paura, accusato di basarsi su mere percezioni, distorte dalla propaganda e dalla credulità, anziché sulla cruda realtà delle cifre statistiche». Ossia proprio quelle, che, in realtà, dimostrano che certi timori hanno una base più solida e meno «percepita» di quanto i politici e i burocrati europei vogliano ammettere.

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