Stato di polizia fiscale: se si finisce nel mirino la privacy non conta più

L'ultima norma legata alla lotta all'evasione: diminuiscono le tutele per i contribuenti

Stato di polizia fiscale: se si finisce nel mirino la privacy non conta più

Il Fisco come priorità nazionale. Un'espressione che di fatto dà il via libera ai controlli a briglie sciolte sui contribuenti. La manovra che si appresta a varare il governo giallorosso ha un obiettivo chiaro: contrastare l'evasione. E il fine a quanto pare giustifica i mezzi. Infatti la lotta ai «furbetti» sarà considerata di «rilevante interesse pubblico». Dietro questa semplice espressione si cela una vera e propria «repressione» del diritto alla privacy dei cittadini. Infatti i contribuenti in caso di contenzioso non potranno esercitare i diritti elementari come la richiesta di accesso ai dati o il ricorso in caso di sviste o violazioni palesi del diritto alla privacy.

Ma spieghiamoci meglio. Il Fisco userà insieme alla Guardia di Finanza tutti quei dati contenuti nell'archivio dei rapporti finanziari utili per il contrasto alle attività di evasione. Tutto ciò avverrà con l'uso di un codice collegato ad ogni contribuente che di fatto andrà a sostituire il codice fiscale. Una vera e propria «criptazione» dei dati, come ricorda Italia Oggi, che in teoria dovrebbe dare mano libera al Fisco per evitare ricorsi da parte del contribuente di informazioni «riservate». Ma qui c'è un aspetto da chiarire. Sia il Garante della privacy che il Consiglio di Stato hanno già criticato in modo forte le procedure usate per i controlli di questo tipo. Da qui è arrivata un'indicazione alle autorità che monitorano i contribuenti: le modalità con cui vengono selezionati i profili a rischio evasione devono essere esplicitate in caso di contraddittorio con il singolo contribuente. Il tutto per consentire ad un giudice di individuare tutti i passaggi eseguiti dall'algoritmo usato per portare avanti i controlli e le verifiche sul profilo a rischio evasione. L'anonimato e il codice alfanumerico non sono sufficienti per limitare il diritto alla privacy. Per il momento però la direzione indicata in manovra è quella di dare il via ad una lotta senza quartiere agli evasori sacrificando anche alcuni diritti. E chi difende i contribuenti è già sul piede di guerra, come ad esempio l'avvocato Luca Avaldi dello studio Dirittissimo che da anni si occupa di contenziosi col Fisco: «L'Agenzia delle Entrate - spiega a il Giornale - ha già ampi margini di manovra per incrociare i dati dei contribuenti al fine di far emergere eventuali evasioni fiscali. Questo ulteriore escamotage rappresenta la volontà di chi governa di voler controllare con qualsiasi mezzo i cittadini, limitando il loro diritto di difesa, il tutto mascherato con la necessità di ridurre l'evasione fiscale. Non credo che la lotta all'evasione sia paragonabile ad attività criminali che, in casi particolari, possano giustificare un'intromissione nella vita privata dei cittadini. Ritengo che l'iniziativa del governo riduca la normativa sulla privacy lettera morta».

In questo contesto poi va sottolineato anche un altro aspetto: i tempi per i controlli saranno dilatati per permettere una verifica più accurata delle spese, del reddito e dei movimenti del presunto evasore. Un segnale arriva dal monitoraggio delle fatture elettroniche: resteranno nel mirino per 8 anni. Inoltre le Entrate non controlleranno più solo i dati tributari, accenderanno un faro anche su tutte le informazioni che riguardano il singolo prodotto (natura, provenienza, qualità) e le informazioni contrattuali scambiati tra cliente e fornitore.

Il tutto in un lasso di tempo che non lascia scampo al contribuente rimasto imbrigliato nella rete del Fisco. Insomma col piano anti-nero dei giallorossi le tasche e i portafogli saranno spalancati davanti all'occhio vigile del «grande fratello fiscale».

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