Racket dei funerali: presi 41 infermieri e impresari

Milano, stroncato un giro di mazzette sul "caro estinto". In otto ospedali il personale "vendeva" i defunti alle agenzie di pompe funebri. Il gip: "C’era un cartello"

Racket dei funerali: presi 
41 infermieri e impresari

Milano - Si fa di tutto per accaparrarsi un morto. Così Massimo Cerato, figlio d’arte della «San Siro onoranze funebri», chiama una famiglia di marocchini. Camuffa la voce. Finge di essere un infermiere. Extracomunitario. E convince i parenti del defunto a rivolgersi proprio alla ditta del padre. Qualche migliaio di euro, servizio completo. Anche questo è il «mercato delle salme». Così scrive il gip di Milano Giuseppe Vanore nell’ordinanza di custodia cautelare che smantella il racket del caro estinto. Parla, il giudice, di un «increscioso fenomeno praticamente generalizzato». Fatto di soldi e soffiate. Di accordi tra dipendenti degli ospedali e società di onoranze funebri per spartirsi il mercato. Mazzette per segnalare i decessi, avere indirizzi e telefoni dei parenti del morto. E creare un «oligopolio» - così lo chiama il giudice - gestito da 19 imprese. Perché è più di un business da 150mila euro al giorno. È - si ascolta in un’intercettazione - «una grande battaglia».

All’alba di ieri, il maxi blitz della polizia. Quarantuno arresti (cinque in carcere, 36 ai domiciliari) al termine di una lunga inchiesta coordinata dai pm Fabio Napoleone e Grazia Calacicco. Coinvolte imprese private (tra cui il Gruppo Varesina Socram, la San Siro American Funeral, la Nuova San Giuseppe Onoranze Funebri) accusate di aver corrotto infermieri in 8 ospedali diversi della città: Pio Albergo Trivulzio, al San Paolo, al San Carlo, al Sacco, al Policlinico, alla Santa Rita, al San Giuseppe e al Niguarda. Un’indagine nata nel 2003, da un esposto di una società di onoranze funebri tagliata fuori dalla «cordata», a cui è seguita - nel 2007 - la denuncia del Comitato familiari di deceduti in ospedale. Che agli inquirenti segnalava come, nei pressi delle camere mortuarie, stazionasse costantemente il personale delle pompe funebri. Perfettamente informato sull’identità dei nuovi potenziali clienti.

Al telefono, gli arrestati parlano di «piccioli», «caramelle», «brioche». Sono le tangenti da versare agli infermieri. Da 100 a 500 euro per una soffiata. Fino a 10mila euro al mese, per i più spregiudicati. E c’è l’addetto dell’ospedale che «oggi è scatenato», un secondo stanco perché «ho passato tutta la mattina a fare morti», un terzo che si lamenta perché di morti - invece - «ne abbiamo persi un po’». «Stanotte ho fatto fare due morti», spiega un altro a un imprenditore. «Io ti aspetto - insiste -, poi ti faccio anche due regali. Ti faccio un pupo e un pupazzino». Chi era fuori dal giro, doveva restarci. E, soprattutto, non intromettersi. Cosa che aveva fatto una dirigente del Niguarda. La donna, sentita nel febbraio 2006 dai pm, aveva raccontato di aver ricevuto lettere e telefonate di minacce.
Intercettazioni, ma non solo.

Nel corso delle 81 perquisizioni svolte ieri dalla polizia, infatti, sono state sequestrare diverse migliaia di euro ritenute tangenti (200mila solo nella sede di una delle maggiori agenzie di pompe funebri, e 8mila nell’abitazione di un infermiere), oltre agli schemi dei turni di servizio con cui le imprese «piantonavano» a rotazione le camere mortuarie. Per essere sempre pronte a vendere i propri servizi alle famiglie in lutto. E non pestarsi mai i piedi.

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