Celentano sbanca la Tv e l'Italia del «Nostalrock»

Celentano sbanca la Tv e l'Italia del «Nostalrock»

Non è un caso che i 12mila dell'Arena abbiano cantato con un fragoroso coro da stadio la versione dal taglio gospel di Il ragazzo della via Gluck; non è strano che alle prime note di Pregherò (versione italiana della mitica Stand By Me e inno dei tempi d'oro del Clan) il pubblico sia esploso, così come all'incipit di Il mondo in Mi settima (targata 1966, con i fan a intonare all'unisono l'antica strofa «stiamo arrivando sulla luna mentre qui c'è la fame») che ha aperto la seconda serata con sincopata cadenza blues. Ma la vera prova è stata Prisencolinensinainciusol, il pezzo ritmatissimo che incrocia inglese maccheronico e gramelot (targato 1972 e tratto dall'album Nostalrock) con cui Celentano ha toccato il picco di ascolti della doppia maratona televisiva conquistando in quel momento il 43 per cento degli spettatori su Canale 5.
Un trionfo. Parola grossa ma di trionfo si tratta per il Molleggiato (ora fermo sulle gambe ma dalla voce sempre splendidamente rock) che martedì sera ha battuto anche il se stesso di lunedì con una media di 9.112.000 spettatori e il 32,82 per cento di share. L'avevamo detto, inutile sproloquiare troppo, il pubblico ama il Celentano cantante ed entertainer guascone che trasforma il nostalrock nella chiave per entrare nel cuore e nelle emozioni di milioni di persone. Più che i discorsi hanno «toccato» le canzoni e l'inno ecologista ante litteram Il ragazzo della via Gluck è stato il brano più ascoltato dal pubblico televisivo con oltre 10 milioni di telespettatori. Si è spento il sole, Azzurro, Io non so parlar d'amore, La mezza luna in coppia con Gianni Morandi, L'arcobaleno (di Mogol e Gianni Bella) dedicata a Lucio Battisti e Adriano mette in fila una memorabile serie di classici che coprono mezzo secolo di storia musicale italiana. Canzoni in cui si identificano tutti, inni transgenerazionali che muovono il ricordo, fanno inumidire gli occhi e accendono la voglia di battere il tempo col piedino.
La gente oggi, stritolata dalla crisi, ha bisogno di queste «innocenti evasioni», per citare Battisti, non di nuovi indignados pronti ad infiammare le polveri della disperazione. Celentano questa volta lo ha capito e, pur senza rinunciare a un pacato eco-sermone, ha puntato tutto sulla musica, sul rock and roll e sulle ballate d'antan. E la gente lo ha seguito perdonandogli anche gli errori e il filo perso (raramente a dire la verità) nel cantare i testi. Lui intanto si schermisce e dice: «È stata dura prepararmi per questi due concerti, non mi ricordavo più i testi delle canzoni, 18 anni sono tanti», per poi scrivere sul suo blog: «La cosa che mi ha colpito di più dei due show all'Arena sono io». Evviva la nostalgia quindi, e speriamo non sia stato il suo ultimo rock (senza economy) show.
Un risultato, quello di Celentano, che ha portato qualche ripercussione anche in Rai, la Tv a cui l'artista è sempre stato legato e che ha deciso di non accordarsi per trasmettere questi concerti per ripicca del caos creato dal Molleggiato a Sanremo: Adriano aveva attaccato il Vaticano e in Rai gli hanno chiuso le porte. Ne ha approfittato Mediaset che, giustamente, gongola e fa sapere che «il concerto-evento interpreta perfettamente lo spirito di Mediaset, orientata a rispettare e valorizzare il talento che può essere espresso nella libertà più assoluta».

Comunque, tutto passa e ieri, Giancarlo Leone, direttore di Rai Intrattenimento, lancia una riconciliazione: «Premesso che quasiasi scelta strategica viene compiuta in sintonia con il vertice aziendale, come è avvenuto nella scelta di non poter finanziare il concerto di Celentano - ha detto - ritengo che in Rai non vi possano essere preclusioni su nessun artista, tanto meno per chi rappresenta l'eccellenza della musica». Leone intanto spera di riuscire a chiudere l'accordo per riportare in Rai Benigni e creare almeno un grosso evento per questa stagione sulla Tv pubblica. Dovrebbe essere a dicembre-gennaio.

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