Ecco perché l'islam non produce una "vera" filosofia

Nel mondo musulmano ci sono molti pensatori ma liberarsi della tradizione è quasi impossibile

Ecco perché l'islam non produce una "vera" filosofia

Qual è il rapporto tra la civiltà araba dei giorni nostri e il pensiero puro, la filosofia? A questa e ad altre domande cerca di rispondere uno dei più bravi arabisti italiani, Massimo Campanini, nel suo Il pensiero islamico contemporaneo (Il Mulino, pagg. 206, euro 16). Lo sforzo fatto dal professore di Islamistica dell'Università di Trento è davvero notevole, mette il lettore di fronte a pensatori che normalmente sfuggono allo studio nel mondo occidentale. Tanto per dire: Muhamad Iqbal (1873-1938) è il principale teorico della ricostruzione del pensiero islamico del 900. Ma è probabile che il suo nome non vi dica nulla. Il che è grave visto che del confronto con la cultura islamica, anche nelle sue sfaccettature più oltranziste, è permeato il presente dell'Europa e non solo. Anche perché l'islam non è un monolite, anzi molte delle guerre e delle violenze che lo stanno attraversando sono figlie anche delle sue elaborazioni più recenti. Questo saggio, agile anche se richiede competenze filosofiche e politologiche, consente di farsi un primo quadro di quello che succede nel mondo delle idee sotto l'egida della mezza luna. Si va da pensatori che si avvicinano alle idee occidentali per occidentalizzare la cultura islamica - l'egiziano Taha Husayn (1889-1973) sosteneva che l'Egitto non potesse essere considerato orientale e dovesse legarsi all'Europa - a chi pensa che sia necessario islamizzare l'Occidente, sino ad arrivare a pensatori radicali (come Sayyid Qutb). Si incontrano anche casi stupefacenti, quello del precocissimo movimento femminista di Huda Sha'rawi (1879-1947) nato in Egitto.

Il libro delinea con chiarezza due fatti che allontanano molto il pensiero islamico da qualsiasi sviluppo avvenuto in Occidente. Il primo è che nell'islam stenta a delinearsi un pensiero schiettamente filosofico. Spiega Campanini: "Non esiste, a mio parere, nell'islam contemporaneo una filosofia pura à la Cartesio o à la Kant La filosofia contemporanea in terra d'islam ha dovuto sempre fare i conti con l'islam, innanzitutto, cioè con una concezione della vita, del mondo... che, evidentemente, ha lasciato un'orma incancellabile". Si tratta di un limite a cui erano riusciti a sfuggire alcuni pensatori medievali come Averroè, ma che ora si ripresenta. E ben presente anche ad alcuni pensatori islamici come Hassan Hanafi: "La filosofia contemporanea e sistematica è assente poiché, ancora oggi, la tradizione gioca il ruolo di un'epistemologia".

A questa difficoltà di staccare il pensiero dalla tradizione si salda l'altra grande differenza con l'Occidente. Nell'islam faticano moltissimo a svilupparsi sogni di progresso. Come spiega Campanini, il significato metastorico dato al Corano e alla Sunna blocca ogni aspirazione verso il futuro: "L'utopia retrospettiva nel pensiero islamico significa che frequentemente l'idea del futuro si è appiattita sul passato; si è preteso cioè di costruire il futuro ripetendo e riproducendo in modo identico ciò che è accaduto nel passato". Un meccanismo questo, del ritorno all'età dell'oro, da cui il pensiero occidentale, nonostante qualche ricaduta, ha iniziato a liberarsi con Galileo. Invece nel mondo islamico la lotta è ancora pienamente in corso.

Un pensatore come Abdolkarim Soroush (noto come il "Lutero dell'islam") ha dovuto abbandonare l'Iran proprio per aver sostenuto il fatto che il Corano va invece storicizzato.

Viene da chiedersi se aiutando di più questi intellettuali nella battaglia delle idee, l'Occidente avrebbe evitato molti guai.

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