«Il Forum pieno di ragazzi? L'opera non è solo per vecchi»

Ama il fumo lento della pipa. Soprattutto se accompagnato da un buon vino. Meglio ancora se il vino è di casa propria, dunque Verona e dintorni... come dargli torto, del resto. Sarà dunque con gran piacere che Andrea Battistoni, direttore d'orchestra da primati (il più giovane ad aver condotto un'opera alla Scala), sabato prossimo firmerà una botte di Amarone: rito che spetta ai cinque vincitori del Premio Masi.
Battistoni sarà premiato per l'ascesa precoce, inarrestabile. E non priva di muri da buttar giù. Lo scorso marzo, a 24 anni, ha diretto Le Nozze di Figaro di Mozart, una delle opere più terribili (quanto a difficoltà) che vi siano. Lo ha fatto in un Teatro, come la Scala, che conosce il meglio e che per questo non perdona nulla, soprattutto se osi, come il prode Andrea ha fatto. E gli scaligeri non sono stati propriamente teneri. C'è chi ha apprezzato, superato però dal vocione dei detrattori. Morale, l'opera-premio che avrebbe dovuto dirigere alla Scala nel 2013, Oberto Conte di San Bonifacio di Verdi alla fine è stata affidata al collega, Riccardo Frizza. Ma Battistoni è andato avanti dritto. Quest'estate ha condotto Turandot all'Arena di Verona, proseguono gli impegni con il Regio di Parma, lo attendono Dresda, Roma. E Verona, la sua città, dove dirigerà Attila al Filarmonico, l'opera che fece parlare del fenomeno-Battistoni. In luglio tornerà poi all'Arena in una serata dedicata a tre giovani direttori: lui, Omer Wellber e Frizza.
Partiamo dalle «Nozze» di Figaro. Come ne è uscito?
«Sono molto contento della mia esperienza alla Scala. Rifarei le Nozze anche domattina».
Non è azzardato affidare un airbus A380 a un giovane pilota/musicista?
«Il teatro presenta un titolo e il direttore accetta in piena coscienza. O almeno così io ho fatto. Credo di aver dato una lettura apprezzabile».
Cosa vuol dire dirigere alla Scala?
«Vuol dire entrare nel tempio della lirica. In un luogo pieno di fantasmi. Avverti la presenza di grandi compositori e interpreti, si è chiamati al confronto. Quando sono salito sul podio, li ho pensati come alleati e non come padri-padroni da distruggere».
Forse non è così che la pensa il pubblico.
«Gli spettatori hanno il diritto di fare paragoni, soprattutto se questo li diverte. Quando dirigo, do le mie letture».
Da Veronese, cosa sente di dire dell'Arena?
«Che rappresenta l'opera nella sua forma più spettacolare, un rito popolare dove la gente si appropria della musica in modo meno critico e meno snob di quanto accade in teatro. In Arena vanno i melomani ma anche i turisti».
Questa estate, all'Arena, ha diretto «Turandot». Ha seguito il Festival anche come spettatore?
«Sì. Purtroppo ho perso le recite di Don Giovanni. Vado all'Arena da quando sono bambino. Alcune opere sono fantastiche in questo luogo, penso a Aida, per esempio».
Ama la sua città?
«Molto, poi sono veneto da sempre. Il mio cognome è tipico della zona della Valpolicella. Da ragazzino avevo un rifiuto di questa città, la sentivo provinciale. Ora mi sono follemente re-innamorato. È il mio rifugio, il luogo dove amo tornare».
Settimana scorsa, al Forum di Assago di Milano, il suo concerto con l'Orchestra Filarmonica della Scala ha fatto il pienone: 8mila spettatori...


«A dimostrazione che questa non è musica per vecchi (ndr: questo è anche il titolo di un suo libro, Rizzoli), anzi interessa una moltitudine di gente».
A proposito di botti. Il vino preferito?
«Il Soave, il bianco di Custoza e il Valpolicella superiore».
E non cita Amarone?
«Certo... diciamo che non lo berrei tutti i giorni».

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