L'arciere mascherato che ha fatto centro nel cuore del pubblico

L'arciere mascherato  che ha fatto centro nel cuore del pubblico

In questo caso il giochino ci sta tutto: è un telefilm che vola dritto come una freccia e che fa centro. Non solo per gli indici di ascolto molto buoni ma anche perché sta rivitalizzando un genere, quello degli eroi in calzamaglia vecchio stile, e perché sta producendo una vera e propria mania, che impazza in rete. Stiamo parlando di Arrow la serie televisiva ideata da Greg Berlanti, Marc Guggenheim e Andrew Kreisberg e prodotta dal canale americano CW Television Network. In Italia viene trasmessa da Italia 1 il lunedì alle 21 e 10 (questa sera la terza puntata) e i risultati sono stati davvero inaspettati: 3.251.000 telespettatori per la prima puntata e 3.360.000 per la seconda, con uno share che ha toccato il 19.26% nel target 15-34 anni. Non bastasse su Twitter l'hashtag #Arrow è entrato subito nella top ten degli argomenti più seguiti. E se i super eroi spacca tutto, in questo caso il miliardario Oliver Queen (interpretato da Stephen Amell) che si trasforma in Freccia Verde, piacciono soprattutto ai maschietti, in questo caso c'è anche una buona fetta di pubblico femminile. Non si tratterà di giudizi critici proprio rotondi e completi ma frasi come «Arrow che si allena mezzo nudo è un figo pazzesco...» rimbalzano spesso sui social network.
In effetti quando negli Usa, dove la serie è confermata per una seconda stagione, è stata messa in piedi la scommessa Arrow non era facile immaginare che le cose andassero così bene. Il personaggio di Green Arrow, infatti, era vecchiotto e non si trattava certo di uno dei super eroi con maggior appeal. Creato da Mort Weisinger e George Papp nel 1941 per la DC Comics, si aggirava nella città di Star City, vestito come Robin Hood ed equipaggiato con arco e frecce speciali (nelle prime serie c'erano insensatezze come la freccia-guantone da boxe). Sempre rimasto un eroe di serie B, sul finire degli anni '60 ha avuto nuova fortuna quando due giganti del fumetto come Dennis O'Neil e Neal Adams lo caratterizzarono maggiormente come un Robin Hood moderno, che difende i diseredati. Un ruolo esercitato come spalla del più famoso Lanterna Verde.
Però il trio che ha adattato la serie allo schermo - Berlanti, Guggenheim e Kreisberg - le ha azzeccate tutte. Da un lato ha capito che in tempo di crisi il tema del ragazzo ricco che cambia vita, alla Robin Hood, era perfetto. Poi ha creato un certo numero di misteri a incastro (spesso raccontati con la tecnica del Flashback) che tengono assieme i singoli episodi, sennò rischierebbero di essere solo un coacervo di mazzate ai cattivi. Invece a partire dalla prima puntata in cui il protagonista, sino a quel momento playboy miliardario e arrogante, naufraga a bordo dello yacht del padre, forse a causa di un misterioso attentato, e resta per 5 anni su un'isola sperduta e irreale (simillima a quella di Lost), al pubblico resta sempre qualcosa da scoprire.

In che loschi affari era coinvolto il padre del protagonista? Cosa è successo su quella stranissima isola? Quando Oliver Queen riesce a tornare a casa sua, a Star City, chi gli è veramente amico e chi è partecipe della congiura per mettere le mani sui quartieri più poveri della città? Il resto lo fa un montaggio adrenalinico, adattissimo a un fumettone, che copre i buchi nella sceneggiatura e fa perdonare il gusto dell'esagerazione che contraddistingue alcune delle scene d'azione. Alla fine non sarà il Conte di Montecristo (e forse nemmeno uno Spiderman o un Batman qualunque) però uno il televisore lo riaccende fiducioso, tutti i lunedì...

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