Ecco come funziona il contrabbando di petrolio fra la Turchia e l'Isis

Il network russo Sputnik ricostruisce l'itinerario del greggio made in Daesh: dal confine con la Siria, fino ai principali porti turchi, dove viene rivenduto con documenti regolari

Ecco come funziona il contrabbando di petrolio fra la Turchia e l'Isis

Mosca continua ad andare all’attacco di Ankara. Oggi in un articolo apparso su Sputnik, uno dei principali network russi di informazione, viene illustrato nel dettaglio come funzionerebbe l’acquisto e la vendita illegale del petrolio dello Stato Islamico da parte della Turchia.

Secondo la ricostruzione di Sputnik, i terroristi di Daesh, venderebbero il petrolio nella città di Zakho, nel Kurdistan iracheno. Proprio qui a Zakho, infatti, gli intermediari turchi fornirebbero documenti regolari alla merce, che poi sarebbe rivenduta, secondo quanto riferisce Sputnik, nelle importanti città portuali turche di Mersin, Ceyhan e Dortyol.

Ma secondo i russi, il commercio illegale potrebbe estendersi ben oltre la città di Zakho. Daesh, si legge nell’articolo, controlla infatti circa 100km al confine turco-siriano, tra le città di Jarabulus, in Siria, fino a Kilis in Turchia. In questo territorio Daesh porterebbe avanti un commercio illegale di armi, denaro, cibo e reperti archeologici. In più, la zona verrebbe usata anche per trasferire dentro e fuori il “cuore del Califfato”, i miliziani pronti ad arruolarsi o a partire per altri “teatri di operazione”, come quello europeo.

È credibile, secondo le fonti russe, che Daesh riesca a produrre fino a 50mila barili al giorno di greggio e che dall’inizio del 2015 i proventi generati dal traffico di petrolio siano arrivati ad attestarsi oltre la cifra di 500 milioni di dollari. Secondo il vice ministro della Difesa russo Anatolij Antonov, Daesh guadagnerebbe circa 2 miliardi di dollari l’anno con il traffico illegale di petrolio. Una somma ingente con cui il califfato finanzia l’acquisto di armi, i miliziani e tutte le attività legate al terrorismo internazionale.

Nei giorni scorsi il ministro della Difesa russo Anatolij Antonov, aveva accusato la famiglia di Erdogan di essere direttamente coinvolta in questi traffici, e di finanziare in questo modo le attività dell’Isis, mostrando le fotografie delle colonne di camion cisterna, intenti a trasportare liberamente il petrolio lungo il confine turco-siriano. Petrolio che sarebbe diretto, secondo il vice ministro, proprio verso i principali porti turchi, pronto per essere venduto. Antonov ha chiesto quindi al governo turco di “garantire l'accesso ai luoghi mostrati nelle foto ai giornalisti".



L’ipotesi del coinvolgimento della leadership turca nel traffico di petrolio con il Daesh, è stata respinta però a più riprese sia dallo stesso presidente turco Erdogan, sia da Washington, tramite il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Mark Toner.

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