Il cervello di Sordi? Era Sonego geniale battutista

L'attore e il suo sceneggiatore insieme hanno interpretato i vizi e le virtù nazionali. Una simbiosi durata 44 film

Il cervello di Sordi? Era Sonego geniale battutista

Lui contadino veneto, colto, curioso e partigiano comandante delle brigate Garibaldi. L'altro romano «de Roma», pauroso, ignorante e democristiano loffio: al massimo comandava la cena alle sorelle. Sulla carta, i due erano acqua e olio. Eppure, in quarantasei anni Rodolfo Sonego (1921-2000), sceneggiatore di razza che ha scritto, pure sugli scontrini o sulle buste del pane, notevoli film del periodo d'oro italiano, e Alberto Sordi (1920-2003), insuperato interprete dei più profondi caratteri nazionali, hanno formato una coppia di ferro. Una simbiosi artistica che ha originato quarantaquattro film, a partire dal 1954. Quando «Albertone», temuto questuante di ruoli nei salotti letterari del dopoguerra («Famme fà questo, famme fà quello»), prende Sonego sottobraccio e lo porta a passeggio ai Parioli. Via da casa del regista Franco Rossi, pullulante di autori: da Diego Fabbri a Ugo Guerra, uno sperpero di talenti riuniti. «Ma che, sei de Trento? Credo proprio che tu sia la persona che sto cercando. Quando parli, io sento come una musica... io a te ti capisco, e a quelli non li capisco», blandisce l'attore, sulla rampa di lancio dopo I vitelloni felliniani, col gesto dell'ombrello ancora iconico.

È fatta: Sonego fornirà a Sordi sostanza oltre le macchiette e quelle parti da borghesuccio vigliacco, che fecero grandi lui, l'altro e la commedia all'italiana, cronaca di costume dei Cinquanta e Sessanta. Come ne Il vedovo , ispirato al caso Fenaroli che spaccò il Paese, con Sordi «cretinetti» ad assoldare i killer della moglie ricca, Franca Valeri: primo caso di uxoricidio moderno sullo schermo. O ne Il vigile , che prendeva spunto dall'episodio del vigile Melone, nel '59 troppo zelante a multare il questore di Roma Carmelo Marzano, lesto a distruggerlo: «Lei non sa chi sono io». Per tacere de Il diavolo (1963), col popolare comico starring un provinciale catto-progressista, stordito a Stoccolma da disponibili biondine in colbacco. Era il maschio latino in trasferta, quale «Albertone» non fu mai, renitente all'altro sesso - figurarsi al «coniungo» -, al punto di far eliminare a Sonego, sposatissimo charmeur, una scena con moglie e marito a letto. E se di notte lei, mentre lui dorme, prende un ferro da calza e glielo ficca nel costato?, trema Sordi al solo pensiero. Paure, pazzie e pazzielle da star, ma anche talenti e ambienti d'un cinema così vitale da farsi rimpiangere con nostalgia struggente. Come un padre buono e forte perduto. Così, mentre sulla Settima Arte incombe un'agonia di raccontini, filmetti e attorelli, con produttori-prenditori sullo sfondo, che nulla hanno dell'ardimento imprenditoriale di Ponti e De Laurentiis, irrompe un libro raro a resuscitare quegli ardori cinematografici, per i quali siamo noti nel mondo.

Si tratta de Il cervello di Alberto Sordi (Adelphi, pagg. 588, euro 26) di Tatti Sanguineti, filologo, critico e conoscitore sopraffino, che impregna il suo tenace lavoro ricostruttivo d'una magnifica ossessione: restituire, per il tramite della tradizione orale, il mosaico di un'epoca. Mettendo insieme ogni tessera di quel sodalizio irripetibile tra un divo folle e quintessenziale del generone romano, e uno scrittore che faceva cinema senza pensarci, gli appunti affidati alla moglie-dattilografa Allegra, munita di Lettera 22. Chi era la Loren, prima di maritarsi Ponti? «Miss Anticamera» nello studio del produttore milanese, costretta a girarsi davanti a Sonego, che sull'abito di lei nota «una enorme chiazza di sudore» sulla schiena, frutto di una lunga attesa. Magari, dal ricordo avvilente si capisce quanto lo sceneggiatore de Lo scopone scientifico fosse più legato al carro di Dino De Laurentiis...

E perché la moglie di quest'ultimo, Silvana Mangano, «timidissima, poco protagonista, defilata», trascorre ore e ore chiusa a Villa Catena, intenta al tombolo? «Ad avere dietro di sé un mistero c'erano lei e la principessa Grace», racconta Sonego a Sanguineti, nei dodici incontri-intervista confluiti in un libro consultabile come l'I Ching: apri ed esce fuori un quadro mentale. Quanto alla Kelly, conosciuta a Montecarlo nel giro di De Laurentiis, eccola cenare senza camerieri con Sordi e Sonego, che individua il marinaretto che le piaceva tanto... «Io quando sto con voi, sto bene», diceva Grace. Quel «voi» significava il cinema, le storie. Più ruspante, una Laura Antonelli impegnata nei caroselli per la Coca-Cola, era «una maestra di ginnastica chiusa, silenziosa, che diceva sempre: “No me piase. No me interesa”». La più simpatica è Anna Magnani, che a Venezia chiede ad Antonello Trombadori, adorante di Sonego perché ex-partigiano: «E chi è questo?». «Un giovane sceneggiatore». E lei: «N'artro?».

Ma Albertone, in questo rutilare di film erigendi, copioni e star come Bette Davis, alla quale mormora «te possino!», lei non capendo? Da uomo semplice e pacifico attraversa la storia del cinema «come un cobra», depositandosi nel cervello del suo inventore.

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