La banda dei cinque

No, non erano quattro amici al bar. La banda dei quattro della Cina maoista evocata in questi giorni per indicare i polemici ministri Ferrero, Mussi, Bianchi e Pecoraro Scanio, sui quali Claudio Magris ha sparato con teutonica perizia e stalinista argomentazione da centralismo democratico («aiutano oggettivamente Berlusconi»), aveva su di sé un quinto membro, autentico boss, come ben sanno i cinesi e chiunque si occupi di quel Paese: Mao. Se i quattro sono versione italica di quella banda, chi è il loro capo? Prodi con i suoi equilibrismi e manovre verso il resto della coalizione?
Senza il Timoniere, la banda non sarebbe neanche sorta, e non avrebbe avuto modo di agire, come ha agito, con la sua protezione e la sua capacità manovriera, in un viluppo di lusinghe verso di lui, intrighi di corte, ingannevoli appelli alle masse, lotta spietata verso le correnti moderate e riformiste interne al partito comunista, riconducibili a Zhou Enlai e a Deng Xiaoping. Vivevo a Pechino quando i quattro, arrestati nell'ottobre 1976 un mese dopo la morte di Mao, nel novembre 1980 furono messi sotto processo. Molti cinesi, parlando di loro, li qualificavano secondo la propaganda «banda dei quattro»: ma simultaneamente con la mano mostravano le cinque dita. E il processo dimostrò che senza Mao i quattro non avrebbero potuto fare quel che avevano fatto, rovinare la Cina. Ma lui, il quinto, restava innominabile, finché il 29 giugno 1981, il comitato centrale del partito in un solenne documento pubblico affermò che Mao, con la complicità dei quattro, aveva causato «un immenso disastro al popolo, al paese, al partito».
La banda era costituita dalla moglie di Mao, Jian Qing, dall'ideologo Zhang Chunqiao, dall'ex operaio tessile assurto a numero 3 della gerarchia, Wang Hongwen, dallo scriba Yao Wenyuan. I primi due nel 1981 condannati alla pena capitale commutata in ergastolo, lei poi messa agli arresti domiciliari e suicida nel 1991, l'altro morto in carcere; il terzo, condannato all'ergastolo, morto anch'egli in carcere nel 1992; il quarto, condannato a vent'anni, scarcerato nel '96.
La tragedia cinese è troppo grande e sanguinosa per fare paragoni, ma la similitudine che ha ispirato Magris ha i toni farseschi prefigurati da Marx come ripetizione della storia. I quattro e il loro capo fecero lotta spietata a Zhou Enlai, anche con feroci attacchi a Beethoven di cui lui era appassionato; dopo la sua morte nel gennaio 1976, riuscirono in aprile a far fuori Deng Xiaoping, «messosi sulla strada del capitalismo», per essere poi arrestati in un colpo di palazzo nell'ottobre di quell'anno, mentre Deng stesso tornava successivamente al potere cancellando il maoismo.
Ecco. Nelle manovre interne Prodi, con i quattro, dietro le schermaglie con loro sta logorando i moderati della sua malconcia alleanza: e come il Mao senile farfuglia, bofonchia e intriga.

Mentre i quattro, stia tranquillo Magris, non «aiutano oggettivamente Berlusconi». Per questo, basta e avanza il Timoniere Prodi, su cui tanti della sua coalizione puntano già il dito prima ancora che scompaia.
Fernando Mezzetti

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