Con "Creed" il mito di Rocky si aggiorna

Un film pieno di piccole lezioni di vita, che trae forza e linfa dal primo della saga.

Con "Creed" il mito di Rocky si aggiorna

E' appena uscita nelle sale italiane una scommessa produttiva che oltreoceano è già stata vinta a suon di milioni di dollari al botteghino: "Creed", o se preferite il settimo film in cui Silvester Stallone è chiamato a vestire i panni di Rocky Balboa. A cavallo tra l'essere uno spin-off, un sequel, un remake e un reboot, quest'opera si propone di sedurre le nuove generazioni esattamente con gli stessi ingredienti che a suo tempo ebbero il potere di far innamorare quelle dei loro genitori. "Creed" tocca potenti corde emotive perché non parla solo di pugilato, ma di vita vera. Era questa, del resto, la forza del primo Rocky, che nel 1977 vinse l'Oscar come miglior film. I valori che fanno bella mostra nella pellicola sono gli stessi di cui si fece bandiera all'epoca lo stallone italiano: coraggio, determinazione e fiducia in se stessi.

Adonis Creed (Michael B. Jordan) è il figlio illegittimo del grande Apollo, prima avversario e poi amico di Rocky. Cresciuto in un riformatorio, in cui non perde occasione per fare a botte, intorno agli otto anni viene adottato da Mary Anne, la moglie di Apollo, che gli permette di fare una vita agiata e di ricevere educazione e affetto. Una volta cresciuto, il ragazzo ha davanti a sé una promettente carriera in un’azienda finanziaria ma il richiamo della boxe si fa sempre più pressante. A un certo punto decide di mollare tutti i suoi agi e seguire il suo sogno: trasferirsi a Philadelphia e chiedere a Rocky Balboa (Silvester Stallone) di allenarlo.

Sebbene il regista e co-sceneggiatore Ryan Coogler non abbia ancora compiuto trent’anni, il suo "Creed" è un film tutt'altro che acerbo: ben girato e in sapiente equilibrio tra commedia e dramma. A fare la differenza è Sylvester Stallone, premiato di recente col Golden Globe e candidato all’Oscar nella categoria attore non protagonista per quella che è una prova d'attore commovente, tenera e nostalgica. Viene da chiedersi cos'altro avrebbe potuto regalarci in termini interpretativi se solo, in passato, non avesse fatto scempio della sua mimica facciale con un uso sconsiderato di botox e affini. Il suo Rocky è ora un uomo solo e ammantato di una mesta tristezza, rassegnato a fare i conti con gli acciacchi dell'età e per nulla intimorito all'idea che ormai la vita sia quasi tutta alle spalle. L'idea del film è semplice: rendere omaggio a quest'uomo attraverso un nuovo personaggio, rispolverando volti, musiche e location che hanno già fatto presa nel cuore e nell'immaginario del pubblico. Traendo forza dalle stesse massime che valevano quando era Rocky a combattere contro se stesso e contro i propri demoni, sono varie le lezioni di vita di cui è disseminata la pellicola.

Almeno due i momenti di pathos assicurato in cui vengono cuciti assieme passato e presente, in un virtuale passaggio del testimone tra i protagonisti: quello in cui esplode il tema iconico della saga e quello in cui si ripercorre la mitica scalinata di Philadelphia su cui Rocky si allenava in attesa della gloria.

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