
Greenpeace rischia grosso. La nota associazione ambientalista è finita a processo contro la società Energy Transfer con sede a Dallas per aver architettato un sabotaggio per la costruzione del Dakota Access Pipeline vicino alla Standing Rock Sioux Reservation, in North Dakota, nel 2016. La causa è definita “esplosiva” dal New York Times, tanto da poter mandare in bancarotta la realtà ambientalista.
Secondo quanto affermato dagli attivisti di Greenpeace, il processo è una tattica mirata a sopprimere la libertà di parola e creare un pericoloso precedente per i gruppi di protesta, rimarcando che l’associazione ha unicamente solo un ruolo di supporto nelle dimostrazioni guidate dai nativi americani. "Questo processo è una prova critica per il futuro del primo emendamento, sia per la libertà di parola che per le proteste pacifiche sotto l'amministrazione Trump e oltre" le parole della direttrice ad interim di Greenpeace Sushma Raman.
L'ente green ha reso noto che i danni richiesti dall’azienda di Dallas ammonterebbero a oltre 300 milioni di euro, 330 milioni per la precisione. Numeri esorbitanti, considerando che sono più di dieci volte il budget annuale dell’associazione. Inoltre, sono state nominate due entità associate come imputate: il Greenpeace Fund, che ha sede a Washington e concede sovvenzioni ad altri gruppi, e Greenpeace International, che ha sede in Olanda. Il procedimento dovrebbe durare cinque settimane ed è in programma presso la corte statale di Mandan, nel North Dakota.
Ricordiamo che il Dakota Access Pipeline è stato approvato nel 2016. La realizzazione dell’oleodotto che trasporta petrolio dal North Dakota all’Illinois ha scatenato le veementi proteste dei nativi americani, che hanno accusato l’azienda di invadere la terra sacra e di mettere a repentaglio l'approvvigionamento idrico. Greenpeace si è unita alle migliaia di persone che si erano radunate nei pressi della riserva. Non sono mancati i momenti di tensione, con scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Le attrezzature essenziali sono state danneggiate. Nonostante il tentato sabotaggio, il terreno è stato raso al suolo e l’oleodotto è diventato operativo.
Entrando nel dettaglio del processo, l'azienda ha accusato Greenpeace di aver diffuso informazioni errate che hanno incitato le proteste e danneggiato gravemente la sua capacità di gestire la propria attività. Gli imputati devono rispondere dei reati di violazione di domicilio, diffamazione, cospirazione e interferenza illecita con gli affari.
L'associazione ha respinto al mittente gli addebiti, evidenziando - tramite l'avvocato Deepa Padmanabha - di aver sostenuto le proteste e di essere coinvolto nella formazione delle persone all'azione diretta non violenta, ma senza essere centrale negli sforzi.- dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
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