L'omicidio di Ismaele ricorda le decapitazioni del Califfato: il rituale dei due killer albanesi

C'è un aspetto simbolico ritualistico che fonde insieme il Kanun, codice d’onore di matrice tribale albanese che prevede le vendette di sangue, e le macabre decapitazioni dell'Isis

Igli Meta e Mario Nema, gli albanesi che hanno ucciso Ismaele Lulli
Igli Meta e Mario Nema, gli albanesi che hanno ucciso Ismaele Lulli

La barbara esecuzione del povero diciassettenne Ismaele Lulli sembrerebbe, alla luce dei fatti, chiaramente premeditata.

L’assassino, Igli Meta, ha confessato l’omicidio spiegando agli inquirenti di “aver perso il controllo della situazione” e di aver portato Ismaele sulla cima del poggio a San Martino in Selva Nera soltanto per “un chiarimento, per dargli una lezione”, ma i dettagli del brutale assassinio fanno pensare ben altro: non soltanto la vittima è stata attirata in una trappola, non solo Meta aveva mandato mesi prima un sms in albanese alla propria ragazza, Ambar Saliji, nel quale scriveva “lo ammazzo”, riferendosi a Ismaele. Vi è anche un evidente aspetto simbolico ritualistico che fonde insieme il Kanun, codice d’onore di matrice tribale albanese che prevede le vendette di sangue, con le macabre decapitazioni dell’Isis. Lo dimostrerebbero a mio avviso il posizionamento della vittima sulla croce ed il taglio della gola (fatto tra l’altro con un coltello appartenuto al nonno dell’assassino e che egli portava sempre con se).

In particolare vale la pena ricordare le esecuzioni messe in atto dal jihadista kosovaro di etnia albanese Lavdrim Muhaxheri, soprannominato il macellaio, che si faceva ritrarre con coltello e mani insanguinate mentre decapitava un ragazzino siriano accusato di essere una spia.

Tutti elementi che farebbero vacillare l’ipotesi di un semplice raptus di gelosia o di uno “scherzo” finito tragicamente. Senza contare poi che tra Ismaele e la ragazza di Igli non c’era stato assolutamente niente, nessun tradimento, come dichiarato dalla ragazza stessa.

Per quanto riguarda le affermazioni di Ambara nei confronti degli italiani (accusati di essere razzisti e di voler linciare i due criminali perché albanesi) e sul voler aspettare “l’uomo che ha ucciso per lei”, non fanno altro che confermare una ristrettezza mentale e una logica di stampo tribale che la spingono a difendere personaggi identificati come membri del proprio “clan” contrapponendoli agli “altri”. Ennesimo pessimo esempio di integrazione.

Vale la pena poi tenere in considerazione il fatto che nel nord dell’Albania sono sempre più frequenti le vendette di sangue che spesso fuoriescono dagli stessi parametri imposti dal Kanun, in

molti casi messe in atto dalla criminalità locale, per giustificare faide e omicidi. Il timore è che pratiche di questo tipo, associate a simbologie da ISIS, facciano breccia all’interno della criminalità albanese in Italia.

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