Il Pd non vuole i lavoratori ai vertici delle aziende

Sorprende la chiusura alla "democrazia economica" sulla legge ispirata dalla Cisl

Il Pd non vuole i lavoratori ai vertici delle aziende
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Il disegno di legge «Disposizioni per la partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese» è approdato in questi giorni in Senato, dopo il via libera della Camera dei Deputati. Si tratta di una norma di iniziativa popolare, fortemente voluta dalla Cisl che ha raccolto più di 400mila firme tra le cittadine e i cittadini. E già questo è un fatto di notevole importanza. Tanto più che il testo si propone di attuare l'articolo 46 della nostra Costituzione che «riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende». Principi che le nostre madri e i nostri padri costituenti intesero concepire nella prima parte della Costituzione e rimasti in larga parte irrealizzati dal 1947 a oggi, per mancanza di una legislazione specifica. O meglio, come spesso è successo nella storia italiana, è la società organizzata che si è presa su di sé la responsabilità di concretizzare valori costituzionali. Infatti sono centinaia gli accordi contrattuali che le parti sociali hanno inteso definire in questi anni, da Poste italiane, a Luxottica, da Inwit alla Piaggio. Gli esempi di buone pratiche condivise hanno riguardato finora questioni come salute e sicurezza, costituzione di Comitati aziendali europei, piani di azionariato per i dipendenti, orari, organizzazione del lavoro, miglioramento dei cicli lavorativi e della produttività, pari opportunità. Ma ora è necessaria una legge, una soft law, che possa consentire il moltiplicarsi delle esperienze già in atto e promuovere la cultura partecipativa alla governance d'impresa, potenziando la contrattazione. Il testo in discussione al Senato è stato approvato alla Camera con i voti favorevoli dei partiti della maggioranza di Governo, di Azione e Italia Viva. Il Movimento 5 stelle e Avs hanno votato contro. Il Pd si è astenuto dopo aver espresso la propria contrarietà in Commissione al conferimento del mandato ai relatori. I Dem sostengono che la legge, promossa dalla Cisl, è stata «snaturata» dal governo nel percorso parlamentare. Ma la norma contiene intatta la sostanza della proposta sulla partecipazione in tutte le sue forme: gestionale, economica, finanziaria, organizzativa e consultiva. All'indomani della sua approvazione definitiva faremo un passo importante verso quella «democrazia economica» che prevede la presenza di lavoratori e di loro rappresentanti nei board decisionali aziendali, la partecipazione agli utili, al capitale azionario, la condivisione di scelte strategiche. Una battaglia che la Cisl ha condotto fin dalle origini, dai tempi di Giulio Pastore. Sorprende la posizione del Pd, in particolar modo per me che fui chiamata a far parte da «cislina» della prima segreteria del nascente partito. Una scelta difficile da comprendere per chi proviene da una cultura politica sindacale ispirata al cattolicesimo democratico e al riformismo laico. I grandi cambiamenti tecnologici, le turbolenze geopolitiche esigono ora più che mai dialogo e collaborazione tra imprese e lavoratori, per assicurare maggiore competitività e per migliorare, nello stesso tempo, il benessere organizzativo, la conciliazione lavoro famiglia, i processi di aggiornamento delle competenze e di riqualificazione professionali, il reddito e i salari.

Per questo occorre avere un'idea moderna di mature relazioni industriali partecipate e responsabili, come ci ha insegnato il professor Marco Biagi, barbaramente ucciso dalle Nuove Brigate rosse proprio il 19 marzo di 23 anni fa.

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