Gli Usa in recessione. I falchi Fed: "Su i tassi"

Il Pil conferma la frenata, ma i banchieri guardano all'inflazione. Oggi parola a Powell

Gli Usa in recessione. I falchi Fed: "Su i tassi"

La Federal Reserve apre le danze del simposio di Jackson Hole all'insegna del sopire, troncare di manzoniana memoria. «Se questa è una recessione, è una recessione strana. Non sembra esserci una recessione vista la forza del mercato del lavoro», ha affermato il presidente della Fed di Philadelphia, Patrick Hacker. Parole che suonano come una presa di distanza dalla conferma, arrivata ieri, che il Pil statunitense si è contratto per due trimestri consecutivi: -1,6% nei primi tre mesi e -0,6% nel periodo aprile-giugno.

L'America è quindi in recessione tecnica, ma Eccles Building non ci sta: ammetterlo, significherebbe far venire meno il principale puntello che sorregge l'impalcatura dei rialzi dei tassi. È vero che il National Bureau of Economic Research, l'arbitro ufficiale delle recessioni negli Stati Uniti, non si è ancora pronunciato, ma è altrettanto vero che oltre il 70% degli economisti interpellati dallo stesso Nabe mette in conto, entro la metà del prossimo anno, «un calo prolungato e diffuso» dell'attività economica. Ed è proprio questa la condizione che induce il Nabe a emettere il proprio verdetto di recessione conclamata.

Nonostante le ombre minacciose che si sono addensate su due settori sensibili ai tassi d'interesse, come l'edilizia e la tecnologia (dove i licenziamenti sono già scattati), e il rallentamento subìto dall'attività manifatturiera in agosto nella parte centro-meridionale del Paese, i falchi favorevoli a proseguire l'opera di restringimento delle maglie della politica monetaria sono già schierati. «L'inflazione va riportata sotto controllo», ha detto Hacker, convinto che non ci sarà un atterraggio duro dell'economia, ma ancora indeciso se calcare la mano in settembre con un'altra stretta da tre quarti di punto. Il nodo da sciogliere sembra proprio questo, al punto che il capo della banca centrale di Atlanta, Raphael Bostic, non ha esitato a definire al momento «un lancio della monetina» le probabilità delle due opzioni.

Pratica non certo consona a un banchiere centrale che non dovrebbe essere menzionata oggi nell'intervento del presidente della banca centrale Usa, Jerome Powell. I mercati aspettano dal successore di Janet Yellen maggiore chiarezza sulla forward guidance dell'istituto. Cioè su come si muoverà la Fed nei prossimi mesi, anche se proprio Powell ha più volte dato l'impressione di voler navigare a vista, sulla base dei dati economici che arriveranno. Non avendo ancora fra le mani, tra le montagne dello Wyoming, due indicatori-chiave come l'inflazione e il mercato del lavoro, non è da escludere che il discorso di Powell si riveli deludente, anche se qualche analista non esclude la probabilità che sottolinei l'intenzione di tenere i tassi a un livello elevato più a lungo di quanto il mercato si aspetti.

Nel frattempo, le minute della riunione della

Bce di luglio mettono a fuoco le divisioni in consiglio sull'entità della stretta, con alcuni membri favorevoli a un aumento dei tassi dello 0,25%, ma in minoranza rispetto a chi ha poi ottenuto un rialzo di mezzo punto.

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