I tesori di Stato? Ad uso del cinema

E' crisi da quando al cinema, abituato ai finanziamenti a pioggia, è stata tolta la mangiatoia dello Stato. Una soluzione: i tesori statali possono essere affittati e i soldi guadagnati stanziati per la crescita futura

I tesori di Stato? Ad uso del cinema

Roma - Da un pezzo non corre buon sangue tra cinema e Stato. Da quando al primo, abituato ai finanziamenti a pioggia, è stata tolta la mangiatoia del secondo, in crisi anche per gli sprechi consumati in nome della settima arte. Eppure un mezzo ci sarebbe per ricucire lo strappo, innescando un circuito virtuoso, con la cineindustria quale enzima attivo e lo Stato nella parte del mecenate, che non mette a disposizione clientelari relazioni politiche (come avveniva con la sinistra al potere), bensì beni immateriali. Tesori come ministeri, ospedali, ambasciate, prigioni, spiagge, vie e monumenti di proprietà pubblica. Sono le ricchezze immateriali, infatti, la chiave della crescita futura, come interpretano i cugini d’Oltralpe, che sui beni statali puntano carte vincenti.

Così accade che Nanni Moretti, per il suo Habemus papam (con Michel Piccoli starring un papa depresso e il regista romano quale psicanalista di lui: il film esce ad aprile) abbia chiesto a Quai d’Orsay il permesso di girare a Palazzo Farnese, sede dell’ambasciata di Francia a Roma. Permesso costato 146mila euro, versati allo Stato francese: con tale contributo (non irrisorio), Palazzo Farnese ha potuto pagarsi un restauro e allestire la mostra De la Renaissance à l’Ambassade de France, inaugurata da Silvio Berlusconi e Frédéric Mitterrand e foriera d’un record positivo: 10mila biglietti venduti. Il fatto è che, fino a tre anni fa, chiunque volesse girare film, spot o documentari sullo sfondo di luoghi di proprietà dell'Etat, si accordava caso per caso, rivolgendosi a un certo numero di addetti ai lavori, in grado di decidere, di volta in volta, le tariffe da applicare. Un sistema abborracciato e poco redditizio (perché poco trasparente), tuttora in uso da noi.

Chi voglia avere, mettiamo, il Colosseo o il Pantheon come set, o anche uno spazio pubblico della capitale, si rivolge all’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, chiede l’autorizzazione al Servizio Riprese Cinematografiche e Fotografiche e paga tariffe giornaliere per metro quadro. In sostanza, luoghi storici di pregio non calcolabile vengono affittati alle produzioni col criterio commerciale di occupazione del suolo pubblico, come da delibera del Dipartimento dei Tributi. Il Colosseo "sta" a 1 euro e 61 centesimo a metro quadro: è poco, per mandare in giro la sua immagine (tariffe su www.culturaroma.it). Senza contare quanto sia arduo sapere chi, davvero, curi la gestione della messa a reddito del bendiddio demaniale.

Perché non copiare i francesi e creare una “Agence du patrimoine immatériel de l’Etat (API), con competenza nazionale, collegata al Tesoro? Girare un film a Parigi, con sfondo da categoria A (tipo la Borsa) costa 5mila euro per 12 ore; da categoria B (tipo il Palazzo di Giustizia), 4mila. Nel 2010 lo Stato ha incassato 2 milioni di euro per 46 riprese: la strategia di gestione ha funzionato.

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