Dell'Utri in manette, era in Libano

L'ex senatore Pdl fermato in albergo a Beirut. Alfano esulta, già chiesta l'estradizione. Ma i tempi non si annunciano brevi

L'ex senatore del Pdl, Marcello Dell'Utri
L'ex senatore del Pdl, Marcello Dell'Utri

Roma - La poco ortodossa «latitanza» di Marcello Dell'Utri è finita subito. Ieri mattina alle 9.30 italiane alcuni agenti del dipartimento intelligence della polizia libanese, accompagnati da un agente Interpol italiano, hanno arrestato il 72enne ex senatore del Pdl. Dell'Utri, che aveva detto di aver lasciato l'Italia per curarsi, e non per sfuggire al processo, era ospite dell'hotel Phoenicia, un lussuoso albergo della capitale libanese affacciato sul Mediterraneo: i poliziotti lo hanno trovato ancora in stanza, quando a Beirut erano le 10.30. Localizzarlo non è stato difficile, visto che ha usato il suo cellulare e che ha saldato il conto dell'hotel con la sua carta di credito, nonostante sia stato trovato in possesso di una «cospicua somma di denaro» in contanti.

Dopo avergli notificato il mandato di cattura internazionale, gli agenti l'hanno accompagnato in caserma, dove è stato trattenuto, ma non interrogato, mentre in Italia si scatenavano le reazioni alla notizia dell'arresto. Notizia divulgata per primo proprio dal ministro dell'Interno, Angelino Alfano, l'uomo che più di tutti venerdì era stato preso di mira, da più parti, come responsabile della presunta «fuga» dell'ex manager di Publitalia. Il titolare del Viminale, poco dopo le 11 di ieri mattina, ha dunque annunciato che Dell'Utri era «negli uffici della polizia libanese», anticipando l'avvio della procedura di estradizione, «per la quale il governo italiano per il tramite del ministero della Giustizia immediatamente si attiverà». Detto, fatto: il Guardasigilli Andrea Orlando è saltato su un aereo per tornare al volo a Roma da Torino e piombare, nel primo pomeriggio di sabato, nel ministero di via Arenula, dove ha firmato la richiesta di estradizione da inviare alle autorità libanesi. Di fatto, però, nonostante l'esistenza di un trattato di estradizione tra Italia e Libano, è molto difficile che l'iter procedurale si concluda così in fretta da riportare Dell'Utri in Italia prima che la Cassazione, tra due giorni, emetta il verdetto definitivo sulla condanna a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa dell'ex senatore. E proprio la qualificazione del reato, il discusso concorso esterno, potrebbe essere un ostacolo nell'iter di estradizione. Il prossimo passo sarà l'udienza di convalida dell'arresto, che dovrebbe tenersi davanti a un giudice libanese forse già domani.

Proprio l'esistenza del trattato bilaterale tra Italia e Libano, secondo l'avvocato dell'ex senatore Pdl, Pino Di Peri, sarebbe la prova della «buona fede» di Dell'Utri. «Non aveva alcuna intenzione di darsi alla fuga - spiega il legale che in serata, autorizzato dalla polizia locale, avrebbe sentito al telefono il suo cliente per concordare la strategia difensiva - altrimenti avrebbe scelto un Paese diverso, e che non c'è stato alcun piano relativo al suo allontanamento». Se in effetti l'ex manager fosse fuggito nella sua casa a La Romana, in Repubblica Dominicana, ottenerne l'estradizione sarebbe stato certamente più complicato. Dell'Utri ricorrerà a un legale libanese che si occuperà dell'udienza e delle fasi del procedimento di estradizione.


Se Alfano esulta, e Pippo Civati ironizza sull'efficienza del ministro («Meno male che se sono accorti, c'è voluto solo un giorno»), il senatore Fi Francesco Giro è «esterrefatto»: «Dell'Utri viene trattato come un criminale senza avere una condanna definitiva». «Stima» all'ex fondatore di Fi esprime anche Mariastella Gelmini: «Sono convinta che non volesse sottrarsi alla giustizia».

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