L'abbaglio dei salotti radical chic in panne sulla "Grande bellezza"

La critica rossa si compatta su Repubblica: "Il film irride vent'anni di berlusconismo". Ma a farne le spese sono gli intellettuali di sinistra. E il regista lavora con i fondi del Cav

L'abbaglio dei salotti radical chic in panne sulla "Grande bellezza"

«Perché all'America piace la Bellezza di Sorrentino» si domandava Repubblica giorni fa. La risposta finiva lì, sempre là, necessariamente lì: perché è la rappresentazione più vera dell'Italia dopo il Ventennio berlusconiano. Ci sono molti film e libri che raccontano la corruzione e la decadenza italiana, «l'ascesa di Berlusconi e la caduta della prima repubblica» spiegava Curzio Maltese firma del quotidiano. «Ma nessuno riesce a raccontare le ragioni che spingono da vent'anni un paese ricco di storia, splendore e talento a inseguire un insensato carnevale di gusto televisivo, in una colossale perdita di occasioni che si traduce in un declino morale, fisico, economico». Insomma la Grande bellezza o la grande bruttezza dell'Italia berlusconiana, volgare, cafona, corrotta, incolta. Insomma gli ultimi vent'anni «berlusconiani» secondo vent'anni di editoriali su Repubblica. Manca però qualche tassello. Ad esempio, che a produrre il film vincitore al Golden Globe in gara per l'Oscar come miglior film straniero è stato Berlusconi. Su un budget di circa 8 milioni di euro, con un contributo pubblico Mibac di 1,1 milioni di euro e un po' di tax credit, niente Grande Bellezza e niente affresco della corruzione berlusconiana dei costumi senza i 4 milioni di Medusa Film Spa, controllata del gruppo Mediaset, produttore del capolavoro di Paolo Sorrentino. E forse, senza il vil denaro berlusconiano, neppure il grande talento visivo di Sorrentino, regista prodotto dal gruppo fin dal suo primo lungometraggio, l'Uomo in più del 2001, finanziato quella volta direttamente da Mediaset-Mediatrade.

Sotto l'ala (e i soldi) di Mediaset-Medusa Sorrentino diventa Sorrentino, con Le conseguenze dell'amore nel 2004, poi L'amico di famiglia (2005), This must be the place (2011), fino a La grande bellezza tutti con la casa di produzione e distribuzione del gruppo Mediaset, insieme a Indigo e Fandango. «Sorrentino è un autore con cui Medusa e il gruppo Mediaset condividono da più di dieci anni crescita artistica, successi e intuizioni - dice Giampaolo Letta amministratore delegato di Medusa Film - siamo molto soddisfatti, è un premio anche allo sforzo produttivo del nostro gruppo sul cinema italiano, che va da Checco Zalone a Sorrentino». Dimenticata, nell'euforia del successo e delle letture politiche del film che ci riporta al Golden Globe dopo 25 anni di assenza (fu con Nuovo Cinema Paradiso nell'89), anche una manina data dal Comune di Roma - come ricordato solo da Dagospia - cioè dall'ex sindaco Alemanno che ha concesso l'uso di piazze, vie, fontane, monumenti in orari e situazioni complicate (traffico, permessi, vincoli artistici...), praticamente gratis (mentre De Magistris viene sbertucciato dal web perché twitta: «Un premio alla bellezza della nostra città», scambiando Roma per Napoli)... Curiosi questi produttori e sindaci di centrodestra, stendono tappeti rossi e finanziano un film che racconta il declino dell'Italia per colpa del centrodestra... Ma sarà così poi? Servillo-Jep Gambardella sulla terrazza affacciata sul Colosseo insieme agli amici delle feste disperate, fa a pezzi Stefania l'amica radical chic, progressista con la puzza sotto il naso, infilata dal «partito» in una televisione. Su di lei, orgogliosa di essere «donna e madre» nonostante i «salti mortali» per riuscirci e che ha scritto «undici romanzi di impegno civile e il libro sulla storia ufficiale del partito» Sorrentino costruisce un ritratto spietato che è l'epitaffio della sinistra di salotto e potere: «La storia ufficiale del partito l'hai scritta perché per anni sei stata l'amante del capo del partito. I tuoi undici romanzi pubblicati da una piccola casa editrice foraggiata dal partito, recensiti da piccoli giornali vicini al partito, sono romanzi irrilevanti. L'educazione dei figli che tu condurresti con sacrificio... Mia cara tu lavori tutta la settimana in tv, esci tutte le sere pure il lunedì quando non si manifestano neppure gli spacciatori. Hai un cameriere, un maggiordomo, un cuoco, un autista che accompagna i bambini a scuola, tre baby sitter... Come e quando si manifesta il tuo sacrificio?». Nell'intervista di Jep all'artista concettuale che crea «performance» come picchiare la testa su un muro, e dice di vivere «di vibrazioni». «Cos'è una vibrazione?» domanda Jep-Servillo irritato dalla supponenza.

Ma lei è un'artista e «un'artista non ha bisogno di spiegare un cazzo».
Un'altra lapide sul conformismo artistico da Biennali, i salotti e clan culturali che si recensiscono e premiano tra loro. La grande bruttezza dei radical chic.

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