Quella base dei trafficanti di uomini nel centro di Milano...

I bar di via Casati e via Palazzi presi come quartier generale. A giugno dello scorso anno erano stati confiscati 30mila euro

Quella base dei trafficanti di uomini nel centro di Milano...

Porta Venezia, una delle zone centrali di Milano, sarebbe la base operativa dei trafficanti che lucravano sui migranti. Ieri un blitz degli agenti del Servizio centrale operativo della polizia e della Squadra mobile di Palermo ha smantellato la cellula milanese.

Milano, base operativa dei trafficanti

Tre i bar presi come quartier generale, tutti in zona Lazzaretto. Uno in via Felice Casati, il Malibù, e due in via Lazzaro Palazzi, l’Hiwinet e l’Eritrea. Secondo quanto ricostruito, la cellula milanese aveva contatti con i trafficanti libanesi e si occupava della gestione dei migranti nel nostro paese e del loro successivo trasferimento nel Nord Europa, a volte anche in Messico e Costarica.

Mussie Ghermay, chiamato Musè, 42enne eritreo, era il principale broker su Milano. Oltre ad aver collaborato all’organizzazione dei viaggi, Musè avrebbe anche assicurato biglietti aerei e documenti falsi per il Nord Europa, ma soprattutto avrebbe gestito i pagamenti. Sposato, la moglie viveva in Svizzera da vedova e rifugiata, con cinque figli. I magistrati sospettano che l’uomo andasse spesso a trovare la sua famiglia. Se non altro per depositare alcuni guadagni in banche svizzere. Era particolarmente bravo nel trasferiomento di denaro illecito attraverso il metodo hawala, evitando passaggi materiali e affidandosi invece a intermediari e complici in giro per il mondo. Secondo quanto emerso, sembra che il 42enne parlasse direttamente con i migranti rinchiusi nei campi di prigionia libici. Musè dava l’ok alla liberazione e subito dopo si occupava del loro imbarco sulle carrette del mare. Ovviamente solo dopo aver ricevuto i soldi dalle loro famiglie. Una volta sbarcati in Italia si occupava della loro permanenza e del successivo trasferimento in vari paesi del Nord Europa.

La storia di Lia e Janet

Lia è sbarcata a fine novembre del 2017 a Catania. Circa una decina di giorni dopo la donna ha chiamato Musè per fargli sapere che si trovava a Roma e che voleva raggiungere la Germania. Il 42enne le ha quindi indicato di arrivare a Milano e di richiamarlo. Detto fatto, appena arrivata nel capoluogo lombardo, Lia riceve ulteriori indicazioni: compra un biglietto della metropolitana e scende alla fermata di Porta Venezia. Il 12 arriva il bonifico di 300 euro a favore di Ghirmay, attraverso la Western Union dalla Germania. Lo stesso giorno del bonifico la donna si trova in aeroporto pronta a salire a bordo di un aereo che la porterà in Germania. Lo stesso avviene per un’altra immigrata, Janet. Siamo nel 2018 e i soldi richiesti ammontano a 200 euro. Anche questa volta la meta finale è la Germania. Durante una perquisizione effettuata il 19 giugno del 2019 al Malibù, vengono sequestrati 30mila euro. Ma i soldi girano anche al bar Hiwinet, poco distante.

Insomma, Porta Venezia a Milano diventa la nuova centrale del circuito hawala. Madege Habte e Yoel Tesfamechale si occupano di gestirlo. Coinvolti nelle indagini anche Glauco 2 e Tessa, il negozio sito in via Palazzi 8, considerato uno dei quartier generali della banda. Lo stesso dicasi per il bar Eritrea sull’altro lato della strada, gestito da Binyam Tesfagabr e da Abas Idris, entrambi destinatari del provvedimento restrittivo. I due e Ghirmay potevano contare su una rete europea per il trasferimento di denaro illecito.

Tutti avevano un ruolo ben definito

Tutti i soggetti coinvolti avevano un proprio ruolo nell’associazione a delinquere. Tra loro anche il 39enne Idris, originario del Sudan, che riusciva a far arrivare in Italia i migranti a bordo degli aerei, e non tramite i barconi. Musie Andemickael, il capo, offriva invece l’alloggio e si occupava di coordinare il sistema dell’assegnazione di nuove identità agli stranieri e poi il loro trasferimento in altri paesi. “Il gruppo criminale operava come una vera e propria società di servizi, svolgendo una funzione assimilabile a quella di un’agenzia che offre un servizio di viaggi completo”.

Veniva così a crearsi un rapporto commerciale tra il migrante che chiede il servizio illegale e il criminale, naturalmente che offre i propri servigi dietro compenso elargito dai familiari residenti all’estero.

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