
Quello che accade, i dazi di Donald Trump con il via a una possibile guerra commerciale, è sotto gli occhi di tutti. Molto più difficile stabilire perché tutto questo accada. E chiedere agli esperti non aiuta più di tanto. «Si legge benissimo la narrazione che Trump fa al suo elettorato», spiega Rony Hamaui, docente di Economia monetaria internazionale alla Cattolica di Milano. «Ma si fa fatica a trovare nel mondo accademico qualche economista che si spieghi razionalmente le politiche della Casa Bianca».
Il punto di partenza, a cui spesso in Europa non si bada, sono gli squilibri dell'economia americana. Nonostante l'alto tasso di crescita e l'elevato reddito pro-capite a Washington e dintorni c'è qualche cosa che non va. Secondo i dati del Dipartimento del Tesoro dal 2008 (inizio della grande crisi finanziaria) a oggi il debito pubblico è triplicato, fino a raggiungere la rispettabile cifra di 35mila miliardi di dollari, oltre il 120% del prodotto interno lordo. Solo per pagare gli interessi ogni anno di miliardi se ne spendono 500. In un Paese dove la spesa pubblica è ridotta all'osso la cifra equivale al 16% del bilancio federale. Una percentuale da indebitata «Italietta».
In un contesto europeo la strada più semplice per tappare i buchi sarebbe quella di aumentare le tasse. Negli Usa è una specie di anatema: per un politico provarci sarebbe quasi un suicidio. Tagliare le spese, al contrario, è una promessa politica sempre di successo. Farlo davvero, però, è un altro discorso. A suo tempo non ci riuscì Ronald Reagan che con lo slogan «drain the swamp», asciughiamo la palude, istituì una commissione («Grace Commission»), entrata nella storia fiscale Usa, e incaricata di eliminare gli sprechi. I risultati furono scarsi, tanto è vero che il debito pubblico finì per impennarsi. Qui un problema reale è la rigidità della spesa militare (e da questo punto di vista Trump ha ragione, quando dice che gli Usa pagano per tutti). A tagliare ora dovrebbe pensarci Elon Musk, ma anche in questo caso non mancano gli scettici sul fatto che si arrivi a risparmi sostanziali.
L'altro grande problema americano è la continua erosione della base industriale del Paese. Negli anni Settanta circa il 20% dei lavoratori era occupato nel settore manifatturiero. Da allora la scelta voluta dall'establishment è stata quella di una progressiva apertura dei mercati, culminata nei primi anni Duemila con l'arrivo in grande stile dei prodotti cinesi. Il risultato è che ora le fabbriche occupano solo l'8% dei lavoratori. La crescita Usa è fatta di servizi e hi tech (con produzione delocalizzata all'estero). Una manna per i nerd della Silicon Valley, una maledizione per i redneck dell'America profonda, il mondo da cui proviene il vice presidente JD Vance.
Per fare fronte alla spesa pubblica senza aumentare le tasse gli Stati Uniti hanno sempre fatto leva sull'«esorbitante privilegio», così lo chiamò più di 50 anni fa, l'allora presidente francese Valery Giscard d'Estaing: il fatto che tutto il mondo vuole impiegare i propri risparmi in dollari, moneta di riserva internazionale, e il modo più sicuro per farlo è comprare titoli di Stato Usa. In un articolo dell'autunno scorso un economista non molto noto, Stephen Miran, ha però messo il dito sulla piaga: l'afflusso di risparmi mondiali è causa di una costante sopravvalutazione del biglietto verde. Le merci Usa costano di più all'estero e le fabbriche chiudono. Bisogna, dice Miran, rivedere i rapporti valutari per cambiare strada. Trump lo ha nominato presidente del Consiglio dei Consulenti Economici della Casa Bianca e pare seguire i suoi consigli. Dazi e politica di sicurezza (da confermare per gli amici e da negare agli avversari) sono, secondo Miran, un modo per convincere, con il bastone se la carota non funziona, gli altri Paesi a contribuire a un ridimensionamento del dollaro. Nel 1985 accadde la stessa cosa con un accordo internazionale passato alla storia come «Accordo del Plaza». Allora però l'intesa fu volontaria, qui si ragiona con una pistola puntata alla tempia.
«Allo stesso tempo Miran si propone di convincere chi compra titoli di Stato Usa a scambiare titoli a breve con scadenze lunghissime» aggiunge il professor Hamaui. «Ma gli investitori vanno convinti». In una cosa per ora Trump ha avuto successo: il dollaro ha già iniziato a perdere quota.
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