Meloni e il fronte Ue: guerra a Bruxelles sulla direttiva-casa. Il richiamo a Fdi: più coordinamento

Barricate contro il Parlamento europeo: "Patrimoniale mascherata"

Meloni e il fronte Ue: guerra a Bruxelles sulla direttiva-casa. Il richiamo a Fdi: più coordinamento

Dopo il caro-benzina e le tensioni con gli alleati, ieri è stata la volta di Bruxelles. Non passa giorno, insomma, che non si apra un nuovo fronte. In una sequenza che nell'ultima settimana ha visto moltiplicarsi i dossier sulla scrivania di Giorgia Meloni. Non un dettaglio, soprattutto con l'imbuto della tornata delle regionali che si va sempre più stringendo, un passaggio che per quanto locale avrà comunque una valenza nazionale. Il 12 febbraio, infatti, si vota in Lazio e Lombardia e il 2 aprile in Friuli-Venezia Giulia. Tre regioni che insieme contano 17 milioni di abitanti, inevitabilmente un primo test per il governo.

Di qui la preoccupazione della premier per le fibrillazioni degli ultimi giorni. Al punto di voler serrare il più possibile i ranghi. A partire da quelli di Fratelli d'Italia, visto che Meloni ieri ha trascorso diverso tempo negli uffici del gruppo alla Camera è sempre più convinta che i distinguo degli alleati siano destinati a continuare, con il rischio di un lento logoramento. Così, il primo passo è accentrare la comunicazione di tutti i parlamentari in capo all'ufficio stampa del partito, con tanto di messaggio whatsapp inviato dai capigruppo Tommaso Foti e Lucio Malan nelle chat di deputati e senatori. Tutti invitati a «inviare i comunicati a loro nome» in via preventiva «all'ufficio stampa del gruppo per il successivo inoltro alle agenzie», così da «favorire una comunicazione coerente» ed «evitare prese di posizione relative a temi sui quali si è deciso di non intervenire». Il secondo step va oltre la truppa dei parlamentari e guarda direttamente ai generali. Capigruppo, vertici del partito e tutti i ministri di Fdi, infatti, sono convocati a Palazzo Chigi nella tarda mattinata di lunedì. Una sorta di gabinetto di guerra per fare il punto sui dossier più caldi e sui prossimi appuntamenti, regionali comprese (proprio ieri, alla Camera, Meloni ha incontrato Francesco Rocca, candidato del centrodestra nel Lazio).

Insomma, con la maggioranza in agitazione la premier vuole compattare il più possibile i suoi. Ancora ieri, infatti, le tensioni sono continuate, con Forza Italia a ribadire la necessità di un intervento contro il caro benzina se il prezzo del carburante dovesse salire ancora. «Siamo pronti ad intervenire grazie proprio ai 25 miliardi di euro che abbiamo messo da parte nella legge finanziaria», spiega Alessandro Cattaneo, presidente dei deputati azzurri. D'altra parte, sarebbe stato lo stesso Silvio Berlusconi a chiede ai suoi ministri di «incidere di più» nell'azione di governo.

Oltre al fronte interno, però, c'è anche quello con l'Europa. Se giovedì Meloni aveva perso la partita sul Mes (con i tecnici di Bruxelles che non hanno lasciato margini per eventuali modifiche prima della ratifica), ieri il terreno di scontro si è spostato sulla casa. Il motivo del contendere è la direttiva Ue sull'efficientamento energetico che la presidenza svedese vorrebbe approvare nei prossimi sei mesi. E che, se fosse approvata, in Italia imporrebbe di fatto l'obbligo di ristrutturare entro il 2030 due immobili su tre. È vero che il testo della direttiva - su cui pesano 1.500 emendamenti - è ancora in discussione nella commissione Itre del Parlamento europeo e che il voto in plenaria non arriverà prima di fine febbraio, ma Meloni decide comunque di mettere in chiaro la posizione italiana. Che è un netto e categorico «no». Con Foti che parla senza esitazione di «patrimoniale camuffata». Sulla stessa linea l'europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini, che parla di «fanatismo ambientale» da parte dell'Ue. E che annuncia ulteriori emendamenti al testo, modifiche - su cui Ecr convergerà con il Ppe e Renew Europe - per rendere più flessibile e diluito nel tempo il processo di efficientamento energetico.

Se poi il testo licenziato dal Parlamento Ue dovesse restare comunque troppo gravoso per l'Italia - dove circa il 60% degli edifici hanno una classe energetica tra la F e la G - sarà il governo italiano a muoversi con la Commissione e il Consiglio Ue prima del via libera al testo finale. E sul punto Meloni è pronta ad alzare le barricate.

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