Il mesto ritorno di Giuseppi senza un piano sui fondi Ue

Finita la breve vacanza, il presidente del Consiglio sembra sopraffatto dai problemi che ha accantonato

Il mesto ritorno di Giuseppi senza un piano sui fondi Ue

Le vacanze sono finite, le foto in posa al mare - con braghettoni calati, pallore da seminarista, fidanzata platinata e sguardo all'orizzonte - sono archiviate. E Giuseppe Conte è tornato a Palazzo Chigi, alla sua scrivania oberata da decine di polverosi e sempre più urgenti dossier, rimandati di mese in mese. Che ora gli tocca affrontare.

Non è un rientro trionfale: ad Amatrice, dove ieri mattina è andato a ricordare i quattro anni dal tragico sisma del centro Italia, è stato accolto da varie contestazioni. A Roma lo attendeva l'ennesimo vertice sulla riapertura delle scuole, scadenza che allarma non poco la maggioranza, che per ora parla solo di banchi a rotelle, alle prese con un groviglio di appalti poco chiari.

E il ritorno in scena del premier è stato accolto da un'intervista molto critica e battagliera alla Stampa del leader di Confindustria Carlo Bonomi. Che attacca frontalmente l'inerzia di Conte, in sintonia con gli allarmi già autorevolmente espressi da Mario Draghi, dal commissario Ue ed ex premier Paolo Gentiloni e - assicurano i bene informati - covati anche al Quirinale.

«Mi aspettavo un agosto completamente diverso», dice Bonomi. Ed elenca: mancano ancora ben 400 (quattrocento) decreti attuativi, senza i quali le varie misure anti crisi varate dal governo restano un inutile guscio vuoto. Sul fronte Recovery Fund «è tutto fermo», mentre «ci avevano detto che ad agosto avrebbero lavorato alla stesura del piano di riforme da presentare alla Ue», che ha una scadenza molto ravvicinata: ottobre. Terzo: «Si profila una nuova emergenza sanitaria» ma anche sul Mes e sulla attivazione del prestito europeo che consentirebbe di affrontarla è «tutto fermo». E tutto questo mentre l'Italia ha davanti a sé il pericolo assai ravvicinato di «una crisi irreversibile», con la perdita di un milione di posti di lavoro.

La strategia del rinvio di Palazzo Chigi, insomma, rischia di affondare il paese. Il premier ha disertato il Meeting di Rimini, soffrendo molto la presenza da protagonista di Draghi e i suoi moniti, accolti da Conte con un silenzio assai nervoso e piccato. Ma al Colle c'è la consapevolezza che il governo non può presentarsi impreparato all'appuntamento con l'Europa, che si attende, tra un mese e mezzo, un piano di riforme serio e dettagliato e non un confuso elenco di appetiti e progettini clientelari da far pagare alla Ue.

Alle porte ci sono le elezioni in sei regioni, con il segretario dem Nicola Zingaretti che anche ieri avvertiva che «sarà un voto importante per gli scenari futuri della politica italiana». Governo incluso.

Conte ha rotto il silenzio agostano, meno di una settimana, per lanciare un accorato appello a M5s, invitandolo a «non sprecare una grande occasione» e a sostenere i candidati del centrosinistra laddove, come in Puglia e nelle Marche, i sondaggi li danno a forte rischio di trombatura. Sottolineando che la «sinergia anche a livello territoriale può imprimere una forte spinta al governo». Col sottinteso che una sconfitta, invece, sarebbe fonte di molti guai per la maggioranza e per l'esecutivo. L'appello, immediatamente respinto con pernacchie, si è rivelato un passo falso che ha finito per indebolire politicamente la leadership del premier sulla maggioranza. Al momento, in verità, la preoccupazione principale di Palazzo Chigi sembra una sola: non il piano per il Recovery Fund, non il Mes sui cui i grillini fanno i capricci, ma l'urgenza di disinnescare le richieste di rimpasto che arrivano dalla maggioranza.

L'elenco dei ministri inadeguati è lungo, quello degli aspiranti sostituti ancor di più. Ma Conte, la cui principale dote politica è l'istinto di sopravvivenza, sa che il gran ballo del rimpasto si trasformerebbe per lui in una danza macabra.

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