Ruby Ter, è accanimento. Il Cav (assolto) è morto ma i pm fanno ricorso

Per i giudici il processo deve sopravvivere al suo protagonista. E attaccano la Corte

Ruby Ter, è accanimento. Il Cav (assolto) è morto ma i pm fanno ricorso
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Si può processare un morto? Si può riversare su un imputato che non può più difendersi una ondata di accuse per interposta persona, incolpandolo di malefatte che in vita ha sempre negato? Era questa, in fondo, la domanda che incombeva sulla Procura di Milano, chiamata a decidere cosa fare del processo «Ruby ter» contro Silvio Berlusconi e altri ventitré imputati, assolti in blocco nel febbraio scorso dalle accuse di corruzione atti giudiziari e falsa testimonianza. Di fronte a quella assoluzione con formula piena, i pm di Milano avevano due strade, ed entrambe li avrebbero esposti a critiche. La prima: arrendersi, lasciare che la sentenza diventasse definitiva, e chiudere così per sempre l'interminabile caso Ruby: ma avrebbero dato l'impressione (o la conferma) che l'unico bersaglio dell'inchiesta fosse Berlusconi, e che morto lui non interessasse andare avanti.

Poi c'era l'altra strada, ed è quella che ieri pomeriggio - a una manciata di ore dalla scadenza dei termini di legge - viene resa pubblica dalla Procura milanese: si va avanti. La sentenza del tribunale che in febbraio aveva assolto tutti viene attaccata frontalmente con un ricorso inviato direttamente alla Cassazione, perché i pm la accusano di essere basata su macroscopici errori di diritto. Il caso Ruby non è chiuso, il processo sopravvive al suo protagonista. Se la Cassazione darà ragione ai pm, ci sarà un nuovo processo. Berlusconi non sarà sul banco degli imputati ma sarà come se lo fosse. E sei mai le ragazze imputate di corruzione dovessero venire condannate, sarà come una condanna alla memoria per un imputato che non sarà stato in grado di difendersi.

Non a caso, nelle 53 pagine del ricorso firmato dai pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, è il nome di Berlusconi quello che ricorre più spesso, citato varie volte come l'imputato numero uno. Non solo dei fatti oggetti del processo Ruby ter, ovvero i versamenti alle ragazze chiamate a testimoniare, ma anche dei reati per cui era stato assolto già anni fa, gli aspetti illeciti delle «cene eleganti» di Arcore: «l'attività prostituiva - scrivono la Siciliano e Gaglio - che per lungo tempo si svolgeva nel corso di talune serate presso la residenza di Silvio Berlusconi ad Arcore (...) l'assoluzione di Silvio Berlusconi non incide minimamente sulle considerazioni in ordine alla attività prostitutiva sostenuta dall'accusa». E via di questo passo.

La sentenza che in febbraio aveva assolto Berlusconi anche dall'accusa di corruzione in atti giudiziari era basata su un dato semplice: le testimoni che il Cavaliere era accusato di avere corrotto non erano affatto testimoni, ma indagate che avrebbero avuto il diritto di tacere e persino di mentire, e che invece i pm costrinsero a parlare. Un cavillo, lo definì qualcuno; un pilastro dello Stato di diritto, replicarono i giudici nelle motivazioni.

Ora la Procura parte all'attacco di quelle motivazioni: «Il tribunale cade in errore in ordine al momento di assunzione della qualità di testimone», «il tribunale viola le fattispecie sostanziali»; quando il tribunale cita le decisioni precedenti della Cassazione «ne interpreta male il senso», «travisa il dictum» , «cade in analogo errore»: e alla fine, accusa grave, «finisce per disarticolare il sistema» dei reati contro la giustizia.

In realtà i pm sanno benissimo che le sezioni unite della Cassazione in un altro processo (anche lì c'era di mezzo Berlusconi) avevano scritto proprio quello che ha detto il tribunale di Milano assolvendo il Cavaliere. E infatti chiedono che a Roma se lo rimangino.

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