La Polonia prima decimata poi prigioniera e arruolata

In "La terra inumana" Józef Czapski racconta (da vittima) il calvario di un intero popolo

La Polonia prima decimata poi prigioniera e arruolata

«La Polonia - disse il presidente americano F.D. Roosevelt quando la Seconda guerra mondale si avviava alla conclusione - è l'ispirazione delle nazioni». Il conflitto era cominciato per difenderla dall'invasione tedesca e dal totalitarismo nazista e quindi nella sua fine era insito il concetto che quella nazione sarebbe tornata a essere libera e indipendente. Era la promessa delle democrazie ed era in nome di quella promessa che i polacchi avevano resistito, si erano sacrificati, in esilio avevano dato vita a un esercito e con esso contribuito alla vittoria finale. Come scrive Józef Czapski nel suo dolente La terra inumana (Adelphi, pagg. 459, euro 28, traduzione di Andrea Ceccherelli e Tullia Villanova, postfazione e cura di Andrea Ceccherelli), ancora nel settembre del 1942 lui stesso non aveva idea «di dove - se in Iran, in Palestina o in Egitto - si sarebbe formata l'armata polacca, né se la nostra strada di ritorno verso la Polonia sarebbe passata dal Caucaso o dai Balcani. Non mi sarebbe mai passato per la testa che il nostro sentiero di guerra dovesse portare in Italia, a Montecassino, Ancona, Bologna, e che alla fine di tutto ciò ci aspettasse ancora l'esilio».

Il fatto è che quella promessa si basava su un non detto iniziale, frutto di calcolo, di cinismo, di pressapochismo, di ingenuità politica e/o di cecità ideologica. In quel 1939 in cui la Polonia si era ritrovata invasa, gli invasori erano stati due, la Germania da occidente e l'Urss da oriente, spartendosi in pratica il Paese. Lo avevano fatto sulla base di un patto di reciproca non aggressione e nel nome di un'identica spietatezza, razziale in un caso, di classe nell'altro. Hitler e Stalin, insomma, erano le due facce della stessa medaglia totalitaria.

Fino all'estate del 1941, un anno e mezzo di guerra all'incirca, il patto era rimasto inalterato, poi l'invasione nazista dell'Unione sovietica aveva ribaltato la situazione, spingendo quest'ultima a un'alleanza militare con l'Inghilterra e economica con gli Stati Uniti che di lì a pochi mesi, con l'entrata in guerra di quest'ultimi, avrebbe assunto anche risvolti bellici. Di fatto, insomma, la Russia di Stalin si ritrovava nel campo delle democrazie, pur non avendoci nulla a che fare. Combattevano sì un nemico comune, ma con fini e motivazioni differenti. La conferenza di Yalta prima, quella di Potsdam poi, sanciranno il nuovo ordine europeo che consegnava all'Urss quell'Europa centro-orientale di cui la Polonia faceva parte, una Polonia che aveva già sperimentato il totalitarismo sovietico in quella guerra appena finita: un milione e mezzo di deportati, quindicimila tra ufficiali e soldati fatti prigionieri e poi eliminati con esecuzioni di massa, colpi alla nuca, annegamenti, marce forzate e gulag. In pochi anni, scrive Czapski, l'Urss «aveva sterminato più polacchi che nel corso di tutta la storia passata».

La terra inumana, insomma, ci mette di fronte a quella che la retorica sulla Seconda guerra mondiale, ovvero la vittoria delle democrazie, la sconfitta dei totalitarismi, il contributo sovietico alla causa della libertà e dell'indipendenza ha insabbiato e che nemmeno la successiva «guerra fredda» ha poi modificato e/o messo in discussione. Farlo, significava metterne in crisi la legittimità e quindi era preferibile continuare nella rappresentazione, come dire, di una Russia sovietica a due dimensioni: la prima genuinamente democratica, eroica e patriottica nella sua lotta a fianco dell'Occidente libero e nella sua sete di giustizia sociale; la seconda, venuta su però solo dopo la fine del conflitto, ostile e chiusa all'interno della sua «cortina di ferro». Così, nella prima non rientravano né l'universo concentrazionario, né lo stato di polizia, né la ferocia delle repressioni e delle punizioni esemplari, né il più assoluto disprezzo per la vita umana, per la dignità dell'essere umano, mentre intorno alla seconda ci si poteva lamentare, proclamando sì la superiorità del mondo libero, ma stando però ben attenti a non commettere invasioni di campo geopolitiche...

È emblematico, sotto questo punto di vista, quanto scrive Józef Czapski a proposito del famoso eccidio di Katyn' perpetrato dai russi ancora nella primavera del 1940 e venuto alla luce solo nel 1943: «Tutta la stampa inglese, salvo rare eccezioni, troppo a lungo ha taciuto sulle fosse di Katyn'! Non si poteva certo imputare un simile crimine ai russi, allora considerati l'incarnazione della democrazia e della giustizia (). Pareva si dovesse stendere un velo di silenzio sull'intera faccenda». Quello russo, dunque era un totalitarismo buono, un ossimoro e insieme un falso che grondava letteralmente sangue. Il problema, nota infatti Czapski, è che «un eccidio come quello di Katyn' non rappresenta un'eccezione. Non è avvenuto durante una rivoluzione, quando la lava è ancora liquida. Katyn' faceva parte di un piano più vasto, attuato a freddo». Infine, «non c'è forse Paese in Europa dove l'aratro sovietico abbia schiacciato e annientato più gente che in questa terra, gente del tutto innocente».

Per inciso, Czapski era un testimone di prima mano: da ufficiale polacco prigioniero si era fatto «ventitré mesi di filo spinato», poi in qualità di addetto alle ricerche dei militari suoi connazionali scomparsi si era scontrato con il «negazionismo» dei vertici politico-militari del Gulag e dell'Nkvd, la polizia segreta.

La retorica sulla Seconda guerra mondiale si nutre del resto di quelle tecniche linguistiche di cui George Orwell darà poi magistralmente conto nel suo 1984, ma che nel totalitarismo comunista erano state già ampiamente sperimentate. All'indomani dell'invasione tedesca dell'Urss, quest'ultima si ritrova sull'orlo del collasso: «Nell'autunno del 1941 chiunque di noi avesse la possibilità di venire in contatto con gli strati bassi della popolazione, rimaneva impressionato dall'ondata di rancore, di odio contro il regime, di ostilità alla guerra». Stalin rispolvera allora non solo la «guerra patriottica» e la Santa Russia, i pope, le chiese e le icone, ma per la proprietà transitiva delle alleanze firma un accordo con quel governo polacco che ha contribuito con Hitler a mandare in esilio a Londra e intanto ne ha massacrato la popolazione in patria. L'accordo prevede la costituzione sul suolo sovietico di un'armata polacca composta dai soldati fatti prigionieri dai sovietici e sopravvissuti alla mattanza già prima descritta. Al rilascio dei militari deportati viene dato il nome di «amnistia», come se fosse stato un crimine l'aver difeso la propria patria, così come, del resto, l'invasione dei territori orientali nel 1939 era stata definita «liberazione»... I polacchi accettano questo ribaltone perché si fidano: non dei russi, naturalmente, ma degli inglesi e degli americani. «Non saremo trattati come una pedina nella partita con i sovietici» pensano. Si illudono.

La prima edizione di La terra inumana uscì in Francia nel 1949, in Inghilterra nel 1951, in Germania nel 1967, in Polonia, ma clandestinamente, nel 1982 e poi liberamente solo dopo la caduta del Muro di Berlino. Czapski, come ben racconta Andrea Ceccherelli nella sua postfazione, fu nel secondo dopoguerra una figura di spicco dell'emigrazione intellettuale polacca, scrittore e pittore di talento. La sua testimonianza sull'universo concentrazionario sovietico anticipa cronologicamente Salamov e lo stesso Solzenycin e la «eccezionalità» della sua figura è data proprio «dal ruolo di testimone che suo malgrado la storia gli cucì addosso, e che egli assunse con straordinario rigore morale, slancio umano e assenza di animosità».

Resta da chiedersi come mai, e nonostante la presenza del 2º corpo polacco nella campagna d'Italia 1944-45, La terra inumana veda da noi la luce soltanto adesso, anche se una riflessione sul peso e sul ruolo pluridecennale del Partito comunista italiano,

fratello di quello sovietico nella comune retorica della lotta di liberazione antinazista, e la coda di paglia dei sostenitori democratici di un «socialismo dal volto umano», ci fa capire l'ingenuità di quell'interrogativo.

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