"Il mio investigatore è un arrogante a caccia di notorietà"

L'attore torna in "La ragazza nella nebbia", dal giallo di Carrisi (all'esordio da regista)

"Il mio investigatore è un arrogante a caccia di notorietà"

Ci sono tutti gli ingredienti per tenere alta l'attenzione dello spettatore. C'è un delitto: la scomparsa di una ragazza di sedici anni, Anna Lou dai capelli rossi (la vediamo nei flashback in palestra e naturalmente il pensiero va al caso di Yara). C'è un investigatore sui generis, Vogel, interpretato da Toni Servillo che troviamo all'inizio della storia con gli abiti insanguinati. C'è l'atmosfera da montagna disincantata con l'inquietante modellino-plastico. C'è il ruolo decisivo svolto dai programmi tv. C'è l'innocente che sembra colpevole o viceversa. Insomma La ragazza nella nebbia, evento di preapertura della Festa del cinema di Roma e nelle sale da domani, rispetta e approfondisce tutta una serie di stilemi che da giallo all'italiana lo portano anche su un piano più internazionale proprio come fa Donato Carrisi, l'autore dell'omonimo romanzo (Longanesi) da cui è tratto il film, che qui esordisce anche come regista e che con i suoi libri ha venduto 3 milioni di copie nel mondo, di cui poco più della metà in Italia. Nel cast, oltre a Jean Reno, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy, Michela Cescon e Galatea Renzi, troviamo Toni Servillo che, in una pausa dall'impegnativo set del film Loro di Paolo Sorrentino in cui interpreta Silvio Berlusconi, ha incontrato un pugno di giornalisti.

Cosa l'ha convinta a tornare in un ruolo, quello dell'investigatore, già interpretato nel film di Andrea Molaioli La ragazza del lago?

«Come capita spesso, a muovermi è la qualità della sceneggiatura che ho trovato davvero notevole, con un intarsio drammaturgico molto affascinante. Però faccio subito ammenda, non conoscevo Carrisi e sono rimasto molto sorpreso dagli snodi narrativi in cui io stesso sono cascato come un fesso».

Il suo investigatore è peculiare.

«Il film è interessante perché mette insieme molti elementi tra cui quello - ahimè - dell'intrattenimento misto al giornalismo. All'interno di questo meccanismo l'investigatore Vogel costruisce un'inchiesta spettacolare di cui lui è il regista occulto, anche se poi diventa una delle vittime».

Nel film c'è una critica forte al circo mediatico.

«Non sono un appassionato di cronaca ma se mi dovessi sedere accanto a uno spettatore condividerei questa sensazione della bulimia dell'informazione, che non porta al discernimento e a capire le cose. Penso anzi che il male sia proprio a suo agio e che sguazzi in questa dimensione di intrattenimento».

Si è ispirato a qualche altro personaggio letterario?

«La figura del commissario nella letteratura, neanche così tanto recente, è quella di uno la cui inchiesta giudiziaria diventa uno studio sull'anima. Penso a Sciascia, Soldati e naturalmente Camilleri. Vogel, che in tedesco significa uccello, è piuttosto diverso perché è un arrogante che crede di avere una vista d'aquila ma poi viene sommerso dagli accadimenti».

Il fatto che il regista fosse alle prime armi non l'ha preoccupata?

«Assolutamente no. Mi hanno sempre entusiasmato le opere prime, così è stato con Sorrentino, Molaioli, Ciprì, Martone e con Cupellini che ritiene Una vita tranquilla un po' il suo primo film».

Il suo curriculum, non solo cinematografico, è ormai lungo e prestigioso. Le è venuto il callo della professione o riesce ancora a sorprendersi?

«Diciamo che ho sempre paura. Lavoro tantissimo anche in teatro, sto in palcoscenico 170-180 sere all'anno, e cerco di fare tutte e due le cose con lo stesso amore e passione. Ma non c'è sensazione più frustrante di quando ti accorgi, perché te ne accorgi, che una sera lo spettacolo non funziona e gli spettatori sono indifferenti. Così, anche sul set, prima di iniziare mi dico sempre: Questa volta non ce la faccio. Di fronte alle sfide difficili, Molière come Andreotti, questo è il mio tipico atteggiamento, condito dalla tensione di riuscire ad arrivare al cuore dello spettatore con rispetto e intelligenza».

Lei al cinema ha cambiato moltissime maschere.

«Il personaggio è una creatura letteraria con una autonomia che si impone alla tua personalità. Guardando agli attori amati, penso spesso ad Alec Guinness, che faceva teatro e cinema contemporaneamente ed era un attore parsimonioso, perché cambiare le maschere non è sterile eclettismo».

Ora l'asticella della sfida si alza, interpreta Silvio Berlusconi nel film di Sorrentino...

«Di questo non posso dire, perché debbo fare prima tutta l'esperienza di girare il film e poi potrò parlarne».

È il quinto

film che gira con il regista napoletano.

«Con Sorrentino c'è una tale fiducia che l'esperienza sorgiva della prima volta si ripresenta intatta. Con lui riesco a lasciarmi andare e a mollare del tutto gli ormeggi».

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