Quartararo: "Non sono un predestinato"

Il neo iridato MotoGp si racconta e il suo capotecnico ne svela l'animo

Quartararo: "Non sono un predestinato"

Non chiamatelo predestinato. Il neo-iridato Fabio Quartararo che oggi torna in pista in Portogallo da campione del mondo MotoGP non ha mai amato questa definizione. Francese dal sangue siciliano per via dei bisnonni paterni che avevano lasciato Palermo per cercare fortuna prima in Tunisia e poi in Costa Azzurra, il 22enne della Yamaha reclama la lunga strada percorsa per realizzare il suo sogno. Campione precoce del Cev, il campionato spagnolo poi diventato mondiale junior, a soli 13 anni, Quartararo è arrivato nel Mondiale Moto3 a 15 anni, dopo che la Dorna aveva fatto cambiare le regole che prevedono un'età minima di 16 anni (innalzata poi a 18 a partire dal 2023, dopo i tanti incidenti di quest'anno). Considerato un campione designato, El Diablo, come ama farsi chiamare, ha faticato sia in Moto3 che in Moto2 per la pressione astronomica che non è riuscito a gestore al meglio. Il salto nella MotoGP nel 2019 con la Yamaha Petronas sembrava un azzardo, invece è stata la svolta.


«La stampa lo ha definito un predestinato da quando aveva 15 anni», racconta il capotecnico Diego Gubellini. «La qualità che ho apprezzato di più in questo ragazzino è stata proprio la capacità di ascoltare. Sin dal debutto in MotoGP abbiamo adottato un metodo particolare: coinvolgerlo e spiegare ogni singolo intervento che facevamo sulla moto così che potesse imparare la messa appunto e sviluppare una sensibilità sempre maggiore con il mezzo». E così è stato. Quest'anno è stato l'unico a fare volare la M1 nelle diverse condizioni a conferma che la Yamaha non è la moto più facile della griglia. «Questo titolo non l'ho vinto qui a Misano, me lo sono costruito durante tutta la stagione», racconta Fabio orgoglioso. Il segreto è stata la costanza, quella che gli era mancata l'anno scorso quando dopo la doppietta di Jerez e complice l'assenza di Marc Marquez, la stagione sembrava in discesa. «Invece sono state montagne russe, ma mi è servito da lezione. Quest'anno sono stato in difficoltà solo a Barcellona, quando ho chiuso 13° e poi mi sono fatto operare per i dolori all'avambraccio destro», prosegue Fabio in perfetto italiano. La gara chiave? «Vincere al Mugello su una pista dove Ducati aveva dominato le ultime tre stagioni.

Ma anche le gare in Austria sono state importanti». E ora il Portogallo, Gp dell'Algarve: «Sarò il Fabio di sempre. Ho vinto il Mondiale ma non per questo devo pormi in un modo diverso d'ora in poi. Intanto voglio godermi il titolo».

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